Da bambino, te’ fènd (nel fondo), tla cantina (nella cantina), o tl’èra (nell’aia) davanti a casa, ho passato ore ad osservare, affascinato, gli amici di Cerreto: Gustin d’Moz, Lazarìn
d’Zifirìn… impegnati a costruire e’ crin (il crino), e’ panér (il paniere), el cistón (il cestone), e’ bròc (il biroccio)… Cresciutello, mi è capitato fra le mani II lavoro dei contadini di Paul Scheuermeier, che – come dire? – mi ha portato a collegare facce, suoni, parole… a quegli attrezzi che ho visto un tempo “nascere” ed adoperare, con un occhio ai termini tecnici, lì a dimostrare i cambiamenti, nel tempo, di forma, materia, dimensioni. Nati in dialetto, in dialetto li ho raccontati… un dialetto ritmato, ma ridotto all’osso. La lingua, in fondo, di chi poco parlava e molto faceva… per sopravvivere. Note che mi porto dentro e che “risento”, non solo quando torno nei miei greppi. Pirandello, del resto, diceva che usava la lingua per esprimere un concetto, mentre usava il dialetto per esprimere un sentimento.