Crescere in Romagna negli anni Sessanta: scuola e vita quotidiana

Chidino a scuola a dieci anni nella Romagna degli anni Sessanta

Che cosa significava crescere in Romagna negli anni Sessanta? La risposta non sta soltanto nei grandi avvenimenti, nelle statistiche economiche o nelle trasformazioni che accompagnarono il boom italiano. Si trova anche nelle piccole cose: nella strada percorsa ogni mattina per raggiungere la scuola, nel grembiule, nel pennino e nell’inchiostro, nei compiti fatti mentre gli adulti continuavano a lavorare, nei giochi costruiti con quello che offriva il territorio e nella meraviglia provocata dall’arrivo della televisione.

In Chidino. Il bambino che parlava col fiume, Riccardo Antoniacci ricostruisce proprio questa dimensione quotidiana. La sua è una memoria personale, ma attraverso gli occhi di un bambino affiora un mondo più ampio: una Romagna ancora fortemente legata alla campagna, alla famiglia e ai ritmi delle stagioni, mentre nuovi consumi, nuovi mezzi di comunicazione e nuovi modi di vivere cominciano progressivamente a entrare nelle case.

Non si tratta di trasformare il libro in un documento sociologico né di ripercorrerne tutti gli episodi. Il valore di queste pagine sta piuttosto nella possibilità di osservare come un bambino percepiva il cambiamento mentre stava avvenendo.

La strada per andare a scuola negli anni Sessanta

La giornata scolastica di Chidino comincia molto prima di entrare in aula.

Per raggiungere la scuola deve percorrere un tratto di strada bianca. Quando il tempo è buono il percorso è relativamente semplice; con la pioggia, invece, il terreno diventa fangoso e scivoloso. Solo dopo aver superato la zona della fabbrica la strada diventa asfaltata.

Lungo il tragitto si aggiungono progressivamente altri bambini. Quello che parte come un percorso individuale diventa così una piccola marcia collettiva verso la scuola.

È un dettaglio apparentemente secondario, ma racconta bene una forma di autonomia infantile oggi meno comune. La distanza fra casa e scuola viene percorsa a piedi e il territorio entra nella giornata scolastica prima ancora della campanella.

Al ritorno accade il contrario: il gruppo si riduce progressivamente, finché Chidino resta solo. La strada asfaltata lascia nuovamente posto alla campagna e il rumore cede al silenzio, agli uccelli e agli animali che popolano il percorso verso casa.

Scuola e natura non appartengono quindi a due giornate differenti. Sono due parti della stessa giornata.

Grembiule, pennino e inchiostro: la scuola di Chidino

La scuola elementare ricordata da Antoniacci appartiene a un mondo nel quale molti oggetti oggi scomparsi erano ancora parte della normalità.

C’è il grembiule, con il fiocco che cambia colore a seconda dell’anno scolastico. Ci sono i banchi, la lavagna, la stufa sulla quale scaldarsi nelle mattine fredde e soprattutto ci sono ancora pennino e inchiostro.

Il controllo delle macchie sul grembiule, una volta tornati a casa, diventa nel libro un piccolo rito domestico. È uno dei tanti esempi attraverso cui Antoniacci riesce a raccontare un’epoca senza interrompere la narrazione per spiegarla.

Anche il rapporto con la maestra conserva caratteristiche diverse da quelle odierne.

Nel ricordo di Chidino la maestra Lella è una figura autorevole ma affettuosa, legata non soltanto all’apprendimento ma anche alla conoscenza delle famiglie e della vita degli alunni. Un episodio del libro mostra, per esempio, quanto il lavoro domestico della madre fosse invisibile persino agli occhi del bambino finché la maestra non lo costringe a guardarlo in modo diverso.

Non serve raccontare qui quella scena per intero: è proprio attraverso dialoghi di questo tipo che il volume conserva la sua forza narrativa.

Ci interessa invece ciò che rivela: la scuola era profondamente inserita nella comunità e nelle relazioni familiari.

I compiti dentro la vita di casa

Finita la scuola, la giornata di un bambino non si svolge in uno spazio completamente separato da quello degli adulti.

Chidino torna a casa, pranza e poi vorrebbe raggiungere immediatamente il fiume. Prima o poi, però, arriva il richiamo dei compiti.

Quando deve scrivere un pensiero, cerca spesso l’aiuto della madre. Il problema è che Maria non ha una giornata organizzata intorno ai compiti del figlio: deve continuare a occuparsi della casa, del campo, degli animali e della preparazione dei pasti.

Così studio e lavoro domestico finiscono per sovrapporsi.

Nel libro Chidino può trovarsi a seguire la madre con quaderno e matita mentre lei lavora nei campi o prepara da mangiare. È un’immagine efficace di una quotidianità nella quale le attività dei diversi membri della famiglia non sono rigidamente separate.

Anche il livello di istruzione degli adulti appartiene a questo quadro. Maria aveva frequentato soltanto pochi anni di scuola, ma questo non impedisce ai genitori di attribuire grande importanza all’istruzione dei figli.

È uno dei temi che attraversano discretamente il volume: la scuola come possibilità di crescita in una famiglia di origine popolare.

Giocare con quello che c’era

Parlare dell’infanzia negli anni Sessanta significa anche parlare di un diverso rapporto fra bambini, oggetti e spazio.

Il gioco non dipende necessariamente da qualcosa acquistato o da un ambiente organizzato dagli adulti.

Il territorio mette a disposizione quasi tutto: acqua, sabbia, sassi, canne, alberi, prati. Poi interviene l’immaginazione.

Nel libro questa capacità compare continuamente. Un luogo naturale può trasformarsi in campo di gioco o palestra; oggetti semplicissimi possono diventare strumenti per inventare attività e piccole competizioni.

Antoniacci racconta diversi episodi di questo tipo, alcuni molto divertenti e altri decisamente più avventurosi. Non è necessario trasferirli nell’articolo: sono fra le scene che è meglio incontrare direttamente nel volume.

Ciò che emerge è comunque chiaro. Il gioco è spesso autonomo, fisico e costruito sul momento. Richiede inventiva più che attrezzatura.

E il confine fra libertà e rischio è molto più sottile di quello a cui siamo abituati oggi.

Una casa ancora legata ai ritmi rurali

Anche la vita domestica raccontata in Chidino appartiene a una fase di transizione.

La famiglia vive vicino al fiume, in una casa nella quale il lavoro non termina sulla soglia. Intorno ci sono l’orto, gli animali e gli spazi necessari alle attività quotidiane. Il cibo non arriva soltanto dal negozio: una parte nasce direttamente dal lavoro familiare e dalle stagioni.

I bambini crescono quindi osservando molto da vicino ciò che serve per mandare avanti una casa.

La preparazione dei pasti, la cura degli animali, la vendemmia e le attività agricole non costituiscono uno scenario folkloristico costruito a posteriori. Sono semplicemente parte della giornata.

Questa dimensione distingue nettamente l’intento di questo articolo da un generico racconto nostalgico degli “anni di una volta”.

La vita descritta da Antoniacci possiede momenti di grande libertà e calore familiare, ma è anche materialmente impegnativa. Le comodità che arriveranno successivamente non vengono presentate come qualcosa di negativo: per chi aveva vissuto quella quotidianità rappresentavano un miglioramento concreto.

La televisione arriva anche al Fabrech

Fra i cambiamenti più visibili c’è l’arrivo della televisione.

Le trasmissioni televisive regolari in Italia iniziano nel 1954 e, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, il televisore passa progressivamente dall’essere un oggetto raro a una presenza sempre più diffusa. La storia di questa prima fase della televisione italiana è conservata anche negli archivi di Rai Teche.

Il modo in cui Chidino racconta questo cambiamento è particolarmente significativo perché la televisione non entra immediatamente in ogni casa.

All’inizio è soprattutto un’esperienza collettiva.

Nel mondo del Fabrech il primo apparecchio suscita curiosità, discussioni e perfino incredulità. Il televisore del bar diventa un punto di ritrovo e le persone si radunano davanti allo schermo per seguire programmi capaci di attirare un pubblico vastissimo.

Fra questi, il libro ricorda Lascia o raddoppia? e Il Musichiere, due programmi realmente centrali nella prima stagione della televisione italiana.

Il primo debutta nel 1955 e il secondo nel 1957: due esempi di come la televisione stesse rapidamente diventando un nuovo rito collettivo.

Prima insieme, poi dentro casa

Per Chidino e sua madre la televisione passa inizialmente attraverso le case degli altri.

Si va da parenti o conoscenti che possiedono già l’apparecchio e la serata televisiva diventa un’occasione sociale. Il Festival di Sanremo, per esempio, non è soltanto qualcosa da guardare: comporta preparativi, visite e un piccolo rituale condiviso.

Solo più avanti arriva un televisore anche nella casa sul fiume.

È allora che cambia ulteriormente il rapporto con il mondo esterno.

Film, calcio, varietà, quiz, sceneggiati e telegiornali entrano direttamente nell’ambiente domestico. Eventi che avvengono a centinaia o migliaia di chilometri possono improvvisamente suscitare emozioni immediate in un bambino cresciuto in un piccolo spazio rurale della Romagna.

Non è un cambiamento soltanto tecnologico.

È un cambiamento nella percezione delle distanze.

La televisione rende il mondo più vicino.

Gli anni Sessanta e la trasformazione dei consumi

La diffusione del televisore fa parte di una trasformazione italiana molto più ampia.

Il secondo dopoguerra e gli anni del boom modificano progressivamente redditi, mobilità, consumi e aspirazioni delle famiglie. L’Istat ricostruisce l’evoluzione dei consumi italiani mostrando come crescita economica, migrazioni interne e diffusione di nuovi beni cambino il modo di vivere nel corso di pochi decenni.

Nel libro di Antoniacci queste trasformazioni non vengono analizzate attraverso dati economici.

Si vedono arrivare.

Prima c’è il televisore del bar, poi quello di amici e parenti, infine quello di casa. Prima ci sono lunghi spostamenti quotidiani e abitazioni con poche comodità, poi cresce il desiderio di vivere più vicino ai servizi della città.

Chidino permette così di osservare il passaggio alla modernità da una prospettiva molto concreta: quella di chi non sa ancora che il proprio mondo sta diventando storia.

Un’infanzia tra due mondi

È probabilmente questo l’aspetto più interessante del racconto quando lo si legge come testimonianza della Romagna negli anni Sessanta.

Chidino appartiene ancora pienamente a un mondo rurale: vive vicino al fiume, conosce direttamente gli animali e i campi, percorre molta strada a piedi, gioca all’aperto e sente il dialetto come lingua naturale della famiglia.

Nello stesso tempo cresce mentre arrivano la televisione, nuovi consumi, maggiore mobilità e il richiamo della città.

Le due realtà convivono per qualche anno.

Ed è proprio questa sovrapposizione a rendere la memoria così ricca.

Non c’è un confine preciso nel quale finisce improvvisamente la vecchia Romagna e comincia quella moderna. Il cambiamento entra lentamente nella vita quotidiana, un oggetto e un’abitudine alla volta.

Perché ricordare la vita quotidiana

La storia del Novecento viene spesso raccontata attraverso guerre, politica, economia e grandi trasformazioni sociali. Ma esiste anche una storia fatta di gesti ordinari.

Come si andava a scuola. Cosa si faceva dopo pranzo. Dove si giocava. Come si aiutavano i genitori. Dove si guardava la televisione quando in casa ancora non c’era.

Sono esperienze che raramente lasciano grandi documenti ufficiali.

Per questo le memorie personali possono conservare aspetti preziosi della vita quotidiana.

Chidino. Il bambino che parlava col fiume appartiene a questo tipo di racconto: parte dalla storia di un bambino e della sua famiglia, ma permette di intravedere una comunità e un periodo di trasformazione.

L’articolo può ricostruire il contesto.

Il libro conserva invece ciò che non dobbiamo trasferire online: le scene, i dialoghi, l’umorismo, gli amici, gli episodi scolastici, le avventure e il modo in cui Chidino scopre progressivamente il mondo degli adulti.

È lì che la memoria torna davvero a vivere.

Per conoscere le edizioni di Panozzo Editore puoi consultare anche il percorso dedicato alla storia dell’Emilia-Romagna.

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