Un fiume può essere molte cose nello stesso momento: un ambiente naturale, una risorsa, un luogo di lavoro, uno spazio dell’infanzia e, con il passare degli anni, un deposito di memoria.
Nel mondo raccontato da Riccardo Antoniacci in Chidino. Il bambino che parlava col fiume, il Marecchia riunisce tutte queste dimensioni.
Per il bambino che cresce sulle sue rive è innanzitutto un luogo da esplorare: acqua, sassi, animali, piante e continue trasformazioni. Per gli adulti, però, quello stesso fiume rappresenta anche una risorsa economica. Dal suo greto vengono prelevati i materiali destinati alla produzione di calce e cemento e attorno allo stabilimento si sviluppa una piccola comunità che nel libro viene chiamata e’ Fabrech.
Natura e industria non sono quindi due scenari separati. Convivono a pochissima distanza e fanno parte dello stesso paesaggio quotidiano.
È proprio questo incontro a rendere particolarmente interessante il Marecchia di Chidino: attraverso lo sguardo infantile di Antoniacci possiamo osservare un territorio nel momento in cui lavoro, tecnologia e sviluppo cominciano a modificarne ritmi e forme.
Questo approfondimento non vuole ricostruire la storia tecnica del cementificio né sostituire una ricerca documentaria sulla trasformazione industriale della zona. Il suo punto di partenza è un altro: la memoria restituita nel libro e il modo in cui natura e lavoro vengono percepiti da chi è cresciuto accanto al fiume.
Il Marecchia: natura, gioco e risorsa
All’inizio del capitolo dedicato al fiume, Antoniacci mette immediatamente insieme aspetti che potrebbero sembrare incompatibili.
Il Marecchia offre materiale per la produzione del cemento e quindi lavoro agli adulti; nello stesso tempo offre ai bambini occasioni di gioco e costituisce l’habitat di pesci, uccelli, anfibi, rettili e mammiferi.
È una sintesi importante perché impedisce di leggere quel paesaggio secondo una contrapposizione troppo semplice.
Per Chidino il fiume è un posto da osservare quasi ogni giorno. Il corso dell’acqua può dividersi, creare piccoli laghi, modificare una deviazione provocata da un tronco. Le piene possono trasformarlo molto più radicalmente e mostrare improvvisamente la forza di un ambiente che durante altri periodi appare familiare e accogliente.
Quello stesso letto di pietre, però, interessa anche agli uomini.
I sassi levigati dal fiume non appartengono soltanto al paesaggio naturale o ai giochi dei bambini: diventano materia prima.
È qui che il Marecchia di Chidino acquista una seconda identità.
Quando i sassi del fiume diventano lavoro
Nel ricordo restituito da Antoniacci, l’attività produttiva legata alla calce e al cemento determina progressivamente un’intensa movimentazione dei materiali dal fiume allo stabilimento.
Il libro racconta un passaggio tecnologico molto visibile anche agli occhi di un bambino: prima il trasporto con birocci e cavalli, poi l’arrivo dei camion e infine mezzi capaci di rendere più veloce l’estrazione dal greto.
Parallelamente lo stabilimento cresce e aumenta il numero delle persone che trovano lavoro attorno a quell’attività.
Ciò che cambia non è quindi soltanto il sistema produttivo.
Cambia il paesaggio.
La presenza dell’industria entra nella quotidianità delle famiglie e crea un rapporto nuovo con il fiume. Quello che per generazioni poteva essere stato attraversato, frequentato o utilizzato secondo ritmi relativamente limitati diventa anche il centro di un’attività organizzata intorno alla necessità di produrre quantità sempre maggiori di materiale.
Per la famiglia di Chidino questa trasformazione non è qualcosa che avviene lontano.
Il lavoro del padre è direttamente legato a quel sistema e la casa stessa sorge nell’ambiente del fiume e della fabbrica.
È uno degli elementi che spiegano perché in Chidino natura e industria risultino così strettamente intrecciate: non vengono osservate da due punti differenti, ma dalla stessa casa e dallo stesso bambino.
E’ Fabrech: una comunità nata attorno al lavoro
Nel racconto di Antoniacci, l’espansione dello stabilimento favorisce la crescita di una zona che da poco popolata diventa progressivamente più attiva e viene identificata come e’ Fabrech.
Il nome stesso racconta quanto la fabbrica sia centrale nell’identità del luogo.
Non c’è però soltanto lo stabilimento.
Intorno ci sono le abitazioni, le strade percorse dai lavoratori e dai mezzi, il bar, i negozi, la campagna, il fiume e le relazioni fra le famiglie. Industria e vita rurale continuano a convivere.
È proprio questa compresenza a rendere il Fabrech interessante dal punto di vista della storia sociale.
Non siamo ancora davanti a una separazione netta fra paesaggio industriale e paesaggio agricolo. Il padre di Chidino può essere coinvolto nel lavoro legato allo stabilimento e contemporaneamente occuparsi dei campi, degli animali e delle necessità della casa.
Lo stesso territorio contiene quindi economie e stili di vita differenti.
Da una parte le macchine e la produzione; dall’altra l’orto, la vendemmia, gli animali, le stagioni e una quotidianità familiare ancora profondamente legata alla terra.
L’escavatore visto da un bambino
C’è un momento nel libro in cui il cambiamento tecnologico smette di essere un concetto e assume quasi la forma di una creatura.
È l’arrivo dell’escavatore.
Antoniacci lo descrive attraverso lo sguardo del bambino, che non possiede ancora il vocabolario tecnico necessario a interpretare ciò che vede. Le dimensioni, il rumore, il braccio e la benna trasformano inizialmente la macchina in qualcosa di simile a un animale gigantesco.
Ma l’impressione cambia osservandola.
Ciò che prima appare minaccioso rivela movimenti precisi, quasi armoniosi. È un modo particolarmente efficace di restituire la meraviglia con cui un bambino può guardare una tecnologia sconosciuta.
Ci fermiamo volutamente qui.
Nel libro l’escavatore conduce infatti a un incontro e a una relazione personale che occupano diverse pagine e costituiscono uno dei ricordi più vivi del capitolo. Raccontarne lo sviluppo significherebbe trasferire online una parte sostanziale dell’esperienza narrativa.
Per questo articolo ci interessa soprattutto ciò che la macchina rappresenta: la capacità dell’uomo di intervenire sul fiume aumenta insieme alla tecnologia disponibile.
Il paradosso del paesaggio industriale
Leggere oggi queste pagine permette di cogliere un paradosso che il libro non nasconde.
Il cementificio rappresenta lavoro.
La crescita dello stabilimento offre possibilità a numerose famiglie e modifica la vita economica della zona.
Nello stesso tempo l’estrazione incide sul letto del fiume.
Il Marecchia che per Chidino è un luogo quasi inesauribile di scoperte è anche un ambiente sul quale l’uomo esercita una pressione sempre più evidente.
Questa doppia prospettiva impedisce di ridurre il racconto a una semplice opposizione fra natura e industria.
Per chi vive nel Fabrech, la fabbrica non è un’entità astratta: significa stipendio, lavoro e possibilità per le famiglie.
Per il bambino, tuttavia, il greto possiede anche un valore che non può essere misurato soltanto in termini economici. È habitat, spazio dell’immaginazione, luogo della libertà e parte della propria identità.
La tensione fra questi due valori attraversa il libro senza bisogno di una trattazione teorica.
È presente nel paesaggio stesso.
Dal ricordo dell’estrazione a una sensibilità ambientale
Il tema diventa ancora più evidente quando il Marecchia, nella dimensione fantastica del racconto, acquista una voce.
In più punti il fiume collega le trasformazioni dell’ambiente alle azioni dell’uomo. La perdita dei sassi, l’alterazione dell’habitat e l’inquinamento entrano così nella conversazione fra Chidino e il suo interlocutore.
È interessante osservare come questa sensibilità ambientale non venga introdotta separatamente dalla memoria dell’infanzia.
Nasce esattamente dallo stesso luogo.
Prima Chidino osserva il greto, gli animali, le fiumane e le macchine. Poi comincia a interrogarsi su cosa significhi modificare quell’equilibrio.
Anche il racconto della fugheraza, una tradizione apparentemente lontana dal tema industriale, diventa occasione per riflettere sul fumo, sull’inquinamento e sulle conseguenze delle attività umane sull’ambiente.
Più avanti il libro torna sull’idea che l’uomo non possa considerarsi estraneo alle leggi della natura e che il rispetto dell’ambiente riguardi direttamente il proprio futuro.
Non è necessario riportare tutti questi dialoghi.
Anzi, farlo impoverirebbe il volume.
È sufficiente riconoscere come la memoria del Marecchia diventi anche una riflessione sul rapporto fra sviluppo, profitto, risorse e responsabilità.
Un Marecchia diverso da quello delle cartoline
Il fiume raccontato in Chidino è interessante anche perché non viene isolato dalla presenza dell’uomo.
Non è un paesaggio naturale immacolato da contemplare a distanza.
È un luogo vissuto.
Ci sono i bambini, i lavoratori, i mezzi, le famiglie e gli animali. Ci sono la piena e il greto asciutto, il gioco e il lavoro, la casa e la fabbrica.
Questa stratificazione permette di leggere il Marecchia come paesaggio culturale, prima ancora che come semplice elemento geografico.
La memoria di Antoniacci restituisce infatti il modo in cui una comunità si rapportava quotidianamente al fiume: ne riceveva risorse, ne temeva la forza, lo utilizzava, lo modificava e contemporaneamente vi costruiva ricordi.
È una prospettiva particolarmente utile per capire perché il Marecchia sia così centrale nel libro.
Il fiume non fa da sfondo alla storia di Chidino.
Contribuisce a crearla.
Dal Fabrech al libro: ciò che la memoria può conservare
Il valore di queste pagine non consiste nel fornire una ricostruzione esaustiva della storia industriale del Marecchia.
Chidino fa qualcosa di diverso.
Conserva come quella trasformazione fu percepita da un bambino che ci viveva dentro.
Una macchina industriale può diventare nella sua immaginazione un animale gigantesco. I sassi estratti dal greto possono essere contemporaneamente materia per la fabbrica e parte di un paesaggio amato. Il lavoro degli adulti può rappresentare sicurezza economica e, nello stesso tempo, modificare l’ambiente nel quale il bambino gioca.
È proprio questa ambivalenza a rendere la testimonianza interessante.
Ci permette di vedere natura e industria non come concetti astratti, ma attraverso la quotidianità di una famiglia e di una piccola comunità.
E permette di comprendere meglio uno dei nuclei di Chidino: crescere significa anche accorgersi che il mondo nel quale viviamo è fatto di equilibri, esigenze e contraddizioni che da bambini non riusciamo ancora a nominare.
Per entrare invece nel rapporto personale fra Chidino, il Marecchia, le persone incontrate sulle sue rive e le avventure che nascono in questo paesaggio, occorre tornare al racconto.
Chidino. Il bambino che parlava col fiume di Riccardo Antoniacci conserva nelle sue pagine ciò che un approfondimento online può soltanto suggerire: la voce del bambino, i dialoghi, le persone e le storie nate lungo il Marecchia.
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