A Palazzo Buonadrata la presentazione de “Il capitano deve morire” di Nevio Monaco

Nevio Monaco e Tommaso Panozzo durante la presentazione del libro Il capitano deve morire a Palazzo Buonadrata di Rimini

Ci sono storie personali che, a distanza di anni, finiscono per diventare parte della memoria collettiva. È il caso di quella raccontata da Nevio Monaco ne Il capitano deve morire, il volume pubblicato da Panozzo Editore e presentato il 29 novembre 2024 nelle sale di Palazzo Buonadrata, a Rimini.

Davanti al pubblico, Monaco ha riaperto le pagine di una stagione tra le più difficili della storia repubblicana: gli anni del terrorismo, delle stragi, della criminalità organizzata e degli attentati contro uomini e istituzioni dello Stato. Un periodo che l’autore visse in prima persona, dal 1974 al 1979, alla guida del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Bologna.

La serata non è stata soltanto la presentazione di un libro, ma anche il ritorno simbolico di Monaco nella sua città. Nato e cresciuto nel Borgo San Giuliano, l’ufficiale trascorse infatti gran parte della propria carriera lontano da Rimini, pur mantenendo un legame profondo con le sue origini, con gli amici e con i luoghi della giovinezza.

A ricostruire questo lato più intimo è stato Manlio Masini, che ha ricordato il ragazzo degli anni dell’oratorio salesiano, delle partite di calcio, delle passeggiate lungo corso d’Augusto e delle estati trascorse nei locali della Riviera. Un giovane esuberante, socievole e pronto alla battuta, molto diverso, almeno in apparenza, dall’ufficiale rigoroso e misurato che negli anni successivi sarebbe comparso sulle pagine dei giornali.

Nel corso dell’incontro, Tommaso Panozzo ha accompagnato Monaco nella rievocazione di alcuni degli episodi più intensi narrati nel libro, a partire dalle indagini sulla strage dell’Italicus fino ai progetti messi a punto da terroristi e mafiosi per ucciderlo. È proprio da quelle minacce reali, e non da una semplice scelta letteraria, che nasce il titolo Il capitano deve morire.

Alla presentazione è intervenuto anche Paolo Pasini, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, che ha sottolineato il valore civile e culturale di una testimonianza capace di intrecciare la storia di un uomo, quella di una città e quella dell’intero Paese.

Il ritratto di un riminese al servizio dello Stato

Nato e cresciuto nel Borgo San Giuliano, Nevio Monaco trascorse gran parte della propria carriera lontano da Rimini. Dal 1974 al 1979 comandò il Nucleo investigativo dei Carabinieri di Bologna, trovandosi a operare in una delle città italiane più difficili dal punto di vista politico e criminale.

L’intervento di Manlio Masini ha restituito anche il volto privato del protagonista. Prima dell’ufficiale conosciuto dalle cronache, c’era il giovane riminese degli anni dell’oratorio salesiano, delle partite di calcio, delle passeggiate lungo corso d’Augusto e delle estati trascorse lavorando nei locali della Riviera.

Masini ha ricordato un ragazzo esuberante, socievole e pronto alla battuta, che con l’ingresso nell’Arma maturò un atteggiamento più composto e misurato, senza perdere il coraggio e la naturale propensione ad affrontare il rischio.

Quel giovane sarebbe diventato un ufficiale stimato dai propri uomini e seguito con attenzione dai giornalisti dell’epoca, impegnato nella difesa delle istituzioni democratiche durante gli anni di piombo.

Le indagini raccontate nel libro

Il volume ricostruisce alcune delle più importanti operazioni condotte dal Nucleo investigativo dei Carabinieri di Bologna negli anni Settanta.

Tra queste trova ampio spazio l’indagine sulla strage del treno Italicus, avvenuta nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974. Monaco si trovava in permesso a Rimini quando ricevette l’ordine di raggiungere San Benedetto Val di Sambro, dove l’esplosione di una bomba aveva provocato dodici vittime e numerosi feriti.

Giunto sul luogo dell’attentato, partecipò inizialmente ai soccorsi e successivamente alle prime ispezioni. Il ritrovamento di alcuni reperti diede inizio a un’indagine lunga e complessa, indirizzata verso gli ambienti dell’eversione neofascista.

Monaco ha ricordato anche le difficoltà e gli ostacoli incontrati dagli investigatori durante gli accertamenti svolti in Toscana. Una vicenda che, nel suo racconto, si intreccia con il clima opaco di quegli anni e con la successiva scoperta degli elenchi degli appartenenti alla loggia massonica P2.

Il libro affronta inoltre il recupero della “Muta” di Raffaello, sottratta a Urbino e ritrovata anche grazie alla collaborazione dell’antiquario riminese Maurizio Balena, e le indagini internazionali contro la mafia, che negli anni Settanta stava consolidando la propria presenza anche in Emilia-Romagna attraverso il gioco d’azzardo clandestino e il traffico di droga.

L’incontro con Orfeo Zanotti

Nel corso della presentazione non sono mancati episodi dai toni più leggeri, come quello dedicato a Orfeo Zanotti, noto personaggio della malavita bolognese.

Rapinatore di banche dalla corporatura imponente e dal carattere singolare, Zanotti amava attirare l’attenzione della stampa e contribuiva personalmente a costruire la propria fama.

Monaco racconta di averlo incontrato in un locale di Rimini e di aver deciso di affrontarlo pur essendo solo. Il tentativo di arresto si trasformò in una vicenda paradossale: Zanotti promise di seguirlo alla chiusura del locale, riuscì inizialmente ad allontanarsi e si presentò infine in caserma accompagnato dai giornalisti, dichiarando di volersi costituire alle proprie condizioni.

L’episodio, narrato con ironia, mostra il particolare rapporto che Monaco riusciva talvolta a instaurare anche con gli esponenti della criminalità, senza rinunciare al proprio ruolo e al senso del dovere.

Perché “Il capitano deve morire”

Uno dei momenti centrali dell’incontro è nato dalla domanda rivolta da Tommaso Panozzo all’autore sull’origine del titolo.

Il capitano deve morire non è una formula scelta soltanto per la sua forza narrativa. Riassume le minacce reali ricevute da Monaco e i diversi progetti organizzati per eliminarlo.

Nel 1977 un attentato attribuito alle Brigate Rosse colpì l’abitazione nella quale viveva. L’esplosione devastò l’appartamento, ma fortunatamente non provocò la morte dei familiari presenti.

Un secondo piano fu scoperto nel dicembre 1978 durante le indagini contro un nucleo bolognese di Prima Linea. In un covo furono trovati armi, esplosivi, documenti e comunicati già predisposti per rivendicare azioni terroristiche non ancora compiute.

Tra le carte figurava anche un progetto dettagliato per uccidere Monaco il 23 dicembre, appena cinque giorni dopo l’intervento dei Carabinieri. Il commando avrebbe dovuto colpirlo in piazza dell’Unità, uno dei pochi luoghi dai quali era costretto a transitare nonostante cambiasse abitualmente percorso.

Una terza minaccia provenne invece dagli ambienti mafiosi attivi in Emilia-Romagna. Le intercettazioni telefoniche permisero agli investigatori di scoprire che un esponente della criminalità organizzata aveva ricevuto l’incarico di assassinarlo.

Il titolo del libro nasce dunque dalla consapevolezza di essere stato considerato, sia dai terroristi sia dalla mafia, un ostacolo da eliminare.

Al fianco del generale Dalla Chiesa

Dopo l’assassinio di Aldo Moro, Monaco collaborò anche con il generale Carlo Alberto dalla Chiesa nell’attività di contrasto al terrorismo.

Il racconto restituisce il clima di un periodo nel quale gruppi di estrema destra e formazioni armate di estrema sinistra colpivano lo Stato, le forze dell’ordine, i rappresentanti delle istituzioni e la popolazione civile.

A Bologna Monaco disponeva di un numero limitato di uomini, chiamati ad affrontare contemporaneamente terrorismo, rapine, criminalità comune e infiltrazioni mafiose. Il libro rappresenta pertanto anche un riconoscimento ai carabinieri che lavorarono con lui e che rischiarono quotidianamente la propria vita.

Le cronache del tempo descrivevano Monaco come un ufficiale freddo, coraggioso e sempre pronto a intervenire personalmente nelle situazioni più pericolose. La presentazione di Palazzo Buonadrata ha permesso però di osservare anche ciò che si trovava dietro quell’immagine pubblica: il legame con la famiglia, con gli amici e con la città di Rimini.

Una memoria personale che diventa storia collettiva

Dopo il congedo dall’Arma, Nevio Monaco ha iniziato a riaprire i propri “cassetti della memoria”, recuperando appunti, documenti, articoli di giornale e ricordi conservati per molti anni.

Da questo materiale è nato Il capitano deve morire, una testimonianza che unisce l’autobiografia professionale alla ricostruzione storica.

Il libro non racconta soltanto le operazioni di un ufficiale dei Carabinieri, ma anche un’Italia attraversata dalla paura, dalla violenza politica e dal rischio di una progressiva destabilizzazione dell’ordinamento democratico.

La presentazione riminese ha così offerto l’occasione per ricordare un periodo che continua a interrogare la memoria nazionale e per rendere omaggio a un gruppo ristretto di uomini che, negli anni di piombo, lavorò per impedire che il Paese precipitasse nella guerra civile.

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