“Il capitano deve morire”: Nevio Monaco racconta gli anni di piombo a Bologna

Nevio Monaco presenta il libro "Il capitano deve morire" alla Biblioteca dell'Archiginnasio di Bologna il 19 novembre 2024

Una Bologna attraversata dal terrorismo, dalla violenza politica, dai sequestri di persona e dalle prime infiltrazioni della criminalità organizzata. È la città nella quale, durante gli anni Settanta, il capitano dei Carabinieri Nevio Monaco si trovò a dirigere il Nucleo investigativo, diventando un punto di riferimento per i suoi uomini e per i giornalisti di cronaca nera.

Quella stagione drammatica della storia italiana è al centro di “Il capitano deve morire. Un protagonista degli anni di piombo nel mirino dei terroristi e della mafia”, il libro pubblicato da Panozzo Editore e presentato il 19 novembre 2024 alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna.

All’incontro hanno partecipato, insieme all’autore, l'avvocato Tommaso Panozzo e i giornalisti Claudio Santini e Gianni Leoni, testimoni diretti di un’epoca nella quale il lavoro degli investigatori e quello dei cronisti si incrociavano ogni giorno davanti a attentati, rapine, omicidi, evasioni e operazioni antiterrorismo.

Nevio Monaco, il capitano nel mirino di terroristi e criminalità organizzata

Il titolo del libro non è una formula letteraria costruita per suscitare curiosità. “Il capitano deve morire” riassume una minaccia concreta, ripetuta più volte contro Nevio Monaco nel corso della sua attività investigativa.

Le organizzazioni terroristiche lo consideravano un nemico da eliminare. La criminalità organizzata, colpita dalle sue indagini sul gioco d’azzardo clandestino e sui collegamenti tra ambienti mafiosi e malavita locale, progettò a sua volta di ucciderlo.

Nel corso della presentazione è emerso come Monaco sia scampato a diversi attentati e progetti omicidi. Nel suo racconto, la minaccia non appare come un elemento spettacolare o romanzesco, ma come una presenza quotidiana: una conseguenza del lavoro svolto contro gruppi armati, bande criminali e reti di complicità capaci di estendersi anche all’interno delle istituzioni.

Il libro diventa così la testimonianza di un uomo che, mentre indagava sui protagonisti più pericolosi della cronaca italiana, era diventato egli stesso un bersaglio.

Bologna negli anni di piombo

Tra il 1974 e il 1979 Nevio Monaco comandò il Nucleo investigativo dei Carabinieri di Bologna. Erano gli anni più difficili del dopoguerra italiano: la lotta armata mirava a destabilizzare le istituzioni democratiche, mentre gruppi terroristici di estrema sinistra e di estrema destra organizzavano attentati, omicidi e azioni violente.

Anche Bologna, spesso ricordata come modello di buona amministrazione, servizi pubblici e qualità della vita, venne travolta da una successione di episodi drammatici.

La città conobbe la strage del treno Italicus, le tensioni del movimento del 1977, la guerriglia nel quartiere universitario, le azioni delle formazioni terroristiche e una crescente presenza della criminalità organizzata. Parallelamente si moltiplicarono i sequestri di persona, le rapine, le estorsioni e le attività legate alle bische clandestine.

In questo scenario il Nucleo investigativo guidato da Monaco disponeva di un organico estremamente ridotto rispetto alla vastità dei compiti assegnati: circa trenta carabinieri chiamati a operare senza sosta in una città segnata da una violenza quasi quotidiana.

Una squadra fondata sulla fiducia

Uno degli aspetti più intensi emersi dalla presentazione riguarda il rapporto tra Nevio Monaco e i suoi uomini.

Il capitano descrive il proprio reparto come un gruppo unito da una fortissima coesione. I carabinieri lo aspettavano per uscire in servizio anche durante la notte, seguire un sospetto, controllare un obiettivo sensibile o tentare di sorprendere gli attentatori prima che potessero colpire.

Non si trattava soltanto di disciplina militare. Era una fiducia reciproca maturata sul campo, all’interno di operazioni spesso condotte in condizioni di estrema pericolosità.

Questo legame spiega perché Monaco sia rimasto, nella memoria dei suoi collaboratori, molto più di un comandante. Era il responsabile delle operazioni, ma anche l’uomo che partecipava personalmente agli appostamenti, agli arresti e alle attività più rischiose.

Le pagine di “Il capitano deve morire” restituiscono la dimensione umana di quella squadra: la tensione, il coraggio, gli errori possibili, le decisioni prese in pochi secondi e la consapevolezza che ogni intervento avrebbe potuto avere conseguenze irreversibili.

Le indagini che hanno segnato un’epoca

Il volume attraversa numerosi episodi della storia bolognese e italiana, senza limitarsi al fenomeno del terrorismo.

Tra le vicende ricordate durante l’incontro figura l’omicidio del brigadiere Andrea Lombardini, ucciso ad Argelato nel dicembre 1974. L’indagine portò Monaco fino in Svizzera, dove vennero interrogati alcuni dei giovani coinvolti nella fuga.

Ampio spazio è dedicato anche ai sequestri di persona. Negli anni Settanta il fenomeno aveva assunto dimensioni nazionali e collegava spesso il Centro-Nord alle organizzazioni criminali radicate in Calabria. Monaco racconta, tra gli altri casi, il piano per rapire l’imprenditore bolognese Angelo Maccaferri, scoperto attraverso intercettazioni e attività investigative coordinate tra Bologna e il Sud Italia.

Il libro ripercorre inoltre i fatti di Bologna del marzo 1977, culminati nella morte di Francesco Lorusso e nei successivi scontri nel quartiere universitario. La città divenne teatro di barricate, incendi, assalti e sparatorie, fino all’intervento dei mezzi blindati dei Carabinieri.

Non mancano episodi legati alla criminalità comune, alle evasioni dal carcere di San Giovanni in Monte e alla cattura di rapinatori e latitanti. Alcune operazioni assumono quasi il ritmo di un racconto d’avventura, come il pedinamento di una donna partita da Bologna con una torta destinata a un ricercato rifugiato a Milano.

Dietro l’aspetto talvolta sorprendente di queste vicende rimane però una realtà durissima: investigatori costretti a operare contro persone armate, pronte a sparare e spesso inserite in reti criminali molto più ampie.

Le bische clandestine e l’ombra della mafia

Uno dei nuclei più importanti del libro riguarda l’indagine sulle bische clandestine in Emilia-Romagna.

Secondo la ricostruzione di Monaco, il gioco d’azzardo illegale generava ogni sera enormi quantità di denaro ed era controllato da un’organizzazione capace di collegare Bologna ad altre città italiane. Le intercettazioni telefoniche permisero agli investigatori di ricostruire una rete composta da gestori, intermediari, criminali e persone incaricate di garantire protezione e informazioni.

Le indagini portarono alla scoperta di complicità e collegamenti inquietanti. In diverse occasioni le persone controllate sembravano conoscere in anticipo le mosse degli investigatori, facendo sospettare la presenza di informatori o talpe.

Proprio all’interno di questa attività Monaco venne a conoscenza di un progetto per assassinarlo. Nelle conversazioni intercettate si discuteva apertamente di come colpirlo, nonostante le precauzioni e il giubbotto antiproiettile che il capitano era costretto a indossare.

L’intervento dei Carabinieri impedì che il piano fosse portato a compimento e portò a numerosi arresti. La vicenda dimostra quanto il confine tra criminalità economica, mafia, corruzione e violenza potesse diventare sottile anche in un territorio che, fino ad allora, tendeva a considerarsi estraneo a determinati fenomeni.

Il rapporto tra investigatori e giornalisti

La partecipazione di Claudio Santini e Gianni Leoni ha dato alla presentazione un valore particolare.

I due giornalisti non hanno svolto soltanto il ruolo di intervistatori. Erano stati cronisti di quelle vicende e frequentavano quotidianamente gli uffici del Nucleo investigativo, cercando notizie sugli attentati, sugli arresti e sui fatti accaduti durante la notte.

A distanza di cinquant’anni, il dialogo con Monaco ha ricostruito un rapporto professionale fatto di domande, risposte, silenzi investigativi e competizione per ottenere una notizia.

In un’epoca priva di telefoni cellulari, social network e aggiornamenti in tempo reale, il cronista doveva conoscere la città, seguire fisicamente gli investigatori e interpretare ogni movimento. Bastava vedere partire un’automobile dalla caserma per intuire che qualcosa stava accadendo.

Il libro conserva anche questa dimensione della storia: il rapporto tra le forze dell’ordine e una generazione di giornalisti che raccontò gli anni di piombo direttamente dalle strade, dalle caserme, dagli ospedali e dai luoghi degli attentati.

Accanto al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa

Dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, Nevio Monaco venne chiamato a comandare anche una sezione antiterrorismo posta alle dipendenze del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Il riferimento a Dalla Chiesa inserisce l’esperienza bolognese di Monaco nel più ampio quadro della risposta dello Stato alle organizzazioni terroristiche.

Le Brigate Rosse e Prima Linea non erano semplici gruppi criminali. Erano strutture clandestine organizzate, capaci di svolgere attività di intelligence, raccogliere informazioni sui propri obiettivi e pianificare omicidi e attentati.

Contrastarle significava comprendere la loro organizzazione, individuare le basi logistiche, ricostruire i collegamenti tra città diverse e anticiparne le azioni. Era un lavoro investigativo complesso, condotto in un momento storico nel quale lo stesso ordinamento democratico appariva sotto attacco.

Un libro di memoria civile

“Il capitano deve morire” non è soltanto un’autobiografia professionale. È un documento di memoria civile.

Attraverso la voce di Nevio Monaco, il lettore entra in una stagione che continua a sollevare domande e a produrre interpretazioni contrastanti. Il libro non pretende di sostituirsi al lavoro degli storici o alle sentenze, ma offre il punto di vista di chi quegli eventi li ha vissuti dall’interno delle indagini.

La forza del volume risiede nella concretezza dei ricordi: i nomi, i luoghi, gli appostamenti, le telefonate, gli incontri con i confidenti, gli arresti e le decisioni prese durante le emergenze.

Accanto agli episodi più drammatici trovano spazio anche momenti ironici e situazioni imprevedibili. La memoria di Monaco non costruisce il ritratto di un eroe solitario e infallibile, ma quello di un investigatore immerso in una realtà complessa, sostenuto dalla propria squadra e costretto ogni giorno a confrontarsi con il pericolo.

Perché leggere “Il capitano deve morire”

Leggere il libro di Nevio Monaco significa comprendere meglio gli anni di piombo a Bologna e il lavoro svolto dai Carabinieri contro terrorismo, mafia e criminalità organizzata.

Significa anche riscoprire una città diversa da quella contemporanea: una Bologna attraversata da tensioni politiche radicali, scontri di piazza, attentati e sequestri, nella quale investigatori e giornalisti cercavano di interpretare eventi capaci di modificare profondamente la vita democratica del Paese.

A cinquant’anni di distanza, quella storia non può essere ridotta a una successione di date o a un repertorio di cronaca nera. È una memoria che riguarda le istituzioni, il giornalismo, le forze dell’ordine e tutti coloro che vissero in una società dominata dalla paura della violenza politica.

“Il capitano deve morire” restituisce a quella stagione la voce di uno dei suoi protagonisti. Una voce diretta, personale e necessaria per comprendere quanto fragile possa diventare la democrazia e quanto impegno sia richiesto per difenderla.

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Guarda la presentazione integrale con Nevio Monaco, Tommaso Panozzo, Claudio Santini e Gianni Leoni:
Video della presentazione

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