Chidino e il Marecchia: un’infanzia nella Romagna del dopoguerra

Chidino a cinque anni nel paesaggio rurale della sua infanzia

Ci sono luoghi che, con il passare degli anni, smettono di essere soltanto luoghi. Diventano una misura del tempo, custodiscono persone e gesti, tengono insieme ricordi lontani e finiscono per rappresentare un’intera stagione della vita.

Nel mondo raccontato da Riccardo Antoniacci in Chidino. Il bambino che parlava col fiume, questo luogo è il Marecchia.

Pubblicato da Panozzo Editore nel maggio 2025, il volume riporta il lettore nella Romagna dell’infanzia dell’autore, tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta: una realtà fatta di famiglia, scuola, campagna, lavoro, animali, dialetto e relazioni di vicinato, mentre intorno cominciano ad apparire i segni di una società destinata a cambiare rapidamente.

Al centro c’è Chidino, nome familiare nato dalla trasformazione di Riccardo in Riccardino e poi, definitivamente, in Chidino. Ma accanto al bambino c’è sempre lui: il Marecchia.

Il fiume è il paesaggio dell’infanzia, ma anche qualcosa di più profondo. È il luogo dell’osservazione e della libertà, quello verso cui tornare quando il mondo degli adulti diventa difficile da capire. Nella dimensione narrativa del libro, diventa infine un interlocutore capace di accompagnare Chidino mentre cresce.

Ed è proprio questa relazione a trasformare una memoria personale in un racconto capace di parlare anche della Romagna del dopoguerra e delle trasformazioni che, in pochi anni, cambiano il territorio e il modo di vivere.

Il Marecchia visto con gli occhi di un bambino

Per Chidino il fiume non è mai uguale a se stesso.

Ogni giorno può esserci qualcosa di nuovo: un corso d’acqua che ha modificato il proprio percorso, un piccolo lago, un tronco spostato dalla corrente, animali da osservare o sassi sui quali avventurarsi. Dopo una fiumana, il paesaggio può cambiare ancora più radicalmente.

È una forma di conoscenza molto diversa da quella scolastica.

Il bambino impara guardando. Conosce il mondo seguendo gli uccelli, osservando l’acqua, frequentando gli animali della casa e del fiume. Agli alberi attribuisce perfino i nomi dei compagni di scuola, quasi a prolungare nel pomeriggio il piccolo universo umano incontrato durante la mattina.

Questa familiarità con la natura non significa però che il Marecchia venga idealizzato.

Il fiume può diventare pericoloso. Le piene ricordano continuamente che l’acqua possiede una forza propria e che ciò che agli occhi di un bambino appare come un gigantesco terreno di gioco è anche un ambiente da rispettare.

Il rapporto fra Chidino e il Marecchia nasce precisamente da questa combinazione di confidenza e meraviglia.

Il libro sviluppa molto più a fondo questa relazione, attraverso dialoghi, domande ed episodi che è giusto lasciare al lettore. Per comprendere il suo nucleo, qui basta sapere che il fiume diventa progressivamente il luogo nel quale il protagonista porta curiosità, dubbi ed emozioni.

La casa sul fiume e il mondo del Fabrech

La casa della famiglia Antoniacci si trova a ridosso del Marecchia.

Attorno ci sono il fossato utilizzato per irrigare i campi, l’orto, gli animali e diversi piccoli edifici destinati agli strumenti di lavoro o alle necessità familiari. All’interno, la stufa a legna rappresenta l’unica fonte di riscaldamento e la vita domestica conserva caratteristiche che pochi decenni dopo sarebbero sembrate lontanissime.

Ma questo mondo rurale convive con un elemento apparentemente opposto: l’industria.

Il padre Luigi, chiamato Giola, lavora nell’ambiente legato allo stabilimento per la produzione di calce e cemento. La famiglia stessa si insedia nella casa sul fiume in relazione alla necessità di controllare le attività di estrazione e trasporto del materiale proveniente dal Marecchia.

Nel libro si vede così trasformarsi progressivamente anche il paesaggio.

Dai carrettieri con birocci e cavalli si passa ai camion e successivamente a mezzi capaci di estrarre quantità sempre maggiori di materiale dal greto. Intorno allo stabilimento si sviluppa una piccola zona abitata e laboriosa che viene chiamata e’ Fabrech.

Natura e lavoro, quindi, non appartengono a due storie differenti.

Sono due facce dello stesso territorio.

Il Marecchia offre occupazione a numerose famiglie, ma nello stesso tempo l’attività dell’uomo modifica il fiume. È una tensione presente nel libro e particolarmente interessante per comprendere il rapporto fra sviluppo economico e paesaggio nella Romagna del Novecento.

Su questo tema entreremo più a fondo in un articolo dedicato al Marecchia tra natura e industria, lasciando a questa pagina centrale il compito di ricostruire il quadro complessivo.

[LINK SATELLITE 1 – Il Marecchia tra natura e industria: il fiume di Chidino e il Fabrech]

Famiglia e memoria di una Romagna quotidiana

Se il Marecchia è il grande riferimento geografico di Chidino, la famiglia ne rappresenta il centro umano.

Riccardo è il più giovane di cinque figli. Attorno a lui ci sono il padre Luigi, la madre Maria, le sorelle e i fratelli maggiori. Nel corso degli anni la casa cambia anche perché i figli crescono e alcuni si allontanano: Torino, Santarcangelo, il lavoro e gli studi cominciano ad allargare i confini del piccolo mondo familiare.

Quando i fratelli tornano per Natale o durante le ferie, la casa si riempie nuovamente; quando ripartono, è proprio verso il fiume che Chidino tende a rifugiarsi.

Sono passaggi che restituiscono qualcosa di molto più ampio della sola vicenda autobiografica.

La mobilità, il lavoro industriale, le partenze verso altre città e il desiderio di garantire ai figli un’istruzione migliore appartengono alla trasformazione dell’Italia del secondo dopoguerra.

Antoniacci, però, non ricostruisce questo cambiamento attraverso statistiche o grandi interpretazioni storiche. Lo fa attraverso la vita domestica.

Il lettore incontra una famiglia attraverso le sue abitudini, le frasi ripetute, il cibo, il lavoro nei campi, la disciplina, gli affetti non sempre espressi apertamente e una quotidianità nella quale ogni componente ha un proprio ruolo.

È proprio questa prospettiva dal basso a dare al libro il sapore della memoria vissuta.

Crescere in Romagna negli anni Sessanta

La strada per andare a scuola dice già molto del mondo nel quale cresce Chidino.

Si parte da un tratto di strada bianca, che con la pioggia diventa fangoso, si passa vicino alla fabbrica e progressivamente si incontrano gli altri bambini. Al ritorno avviene il contrario: il gruppo si assottiglia fino a quando Chidino rimane solo e torna verso la parte più silenziosa della campagna.

A scuola si scrive ancora con pennino e inchiostro. Tornato a casa, dopo pranzo e compiti, il fiume diventa uno degli spazi principali della giornata.

Il gioco è strettamente legato al territorio.

Non occorrono strutture organizzate perché un greto sabbioso possa diventare un campo di calcio o perché ciò che si trova lungo il fiume possa essere trasformato dalla fantasia in qualcosa di completamente diverso.

Accanto al gioco ci sono però anche i lavori stagionali e le incombenze familiari.

La vita del bambino non è separata nettamente da quella degli adulti: campi, animali, vendemmia e attività domestiche entrano naturalmente nelle sue giornate.

Proprio perché il libro conserva moltissimi dettagli di questa quotidianità, dedicheremo un approfondimento autonomo a come si cresceva in Romagna negli anni Sessanta, evitando però di trasformarlo in una raccolta degli episodi narrati da Antoniacci.

[LINK SATELLITE 2 – Crescere in Romagna negli anni Sessanta: scuola, casa, giochi e televisione]

L’arrivo della televisione e un mondo che comincia a cambiare

Uno dei simboli più evidenti della trasformazione è la televisione.

Nel mondo del Fabrech arriva inizialmente come qualcosa di quasi incredibile. Il primo apparecchio diventa un fatto di comunità: ci si ritrova dove è possibile vederlo e si cerca perfino di comprendere come quelle immagini possano raggiungere una scatola installata in una stanza.

Il bar assume un ruolo importante in questa prima fase. La televisione è ancora un’esperienza condivisa, capace di riunire molte persone davanti allo stesso programma. Soltanto dopo entra progressivamente anche nelle abitazioni private.

Quando arriva nella casa sul fiume, per Chidino significa l'apertura di una finestra su un universo molto più grande.

Spettacoli, sport, musica, film e avvenimenti internazionali raggiungono un bambino che fino a quel momento aveva conosciuto il mondo soprattutto attraverso la scuola, la radio, i fumetti, la famiglia e ciò che poteva vedere direttamente intorno a sé.

È un passaggio piccolo, se guardato dalla grande storia, ma enorme nella vita quotidiana.

E Chidino è particolarmente efficace proprio nel mostrare quanto la modernizzazione sia passata anche da esperienze apparentemente ordinarie come questa.

Dialetto e tradizioni: quando la memoria conserva anche una voce

Leggere Chidino significa incontrare continuamente il dialetto romagnolo.

Non è una presenza ornamentale.

Le parole pronunciate dalla madre, dal padre, dai vicini e dagli altri personaggi danno ritmo al racconto e conservano un modo di comunicare che appartiene direttamente alla comunità descritta. Nel volume le espressioni dialettali sono accompagnate dalla traduzione, ma mantengono intatto il suono originario delle conversazioni.

Attraverso il dialetto tornano anche riti e abitudini della vita rurale.

Ci sono il lavoro nei campi, la vendemmia, la preparazione degli alimenti e le veglie con i vicini. Durante l’inverno, ad esempio, la stalla può trasformarsi in un luogo di incontro: uomini e donne conversano, qualcuno gioca a carte e il calore degli animali rende quello spazio più confortevole della fredda casa sul fiume.

Un’altra tradizione importante è la fugheraza, il grande fuoco acceso in occasione di San Giuseppe. Nel dialogo con il fiume, la consuetudine viene collegata anche all’antico significato stagionale del fuoco, simbolicamente posto fra la fine dell’inverno e il ritorno della primavera.

Dialetto, tradizioni e lavoro costituiscono così un autentico patrimonio di memoria.

Li approfondiremo separatamente nella pagina dedicata alle tradizioni della Romagna contadina, affinché questo hub continui a mantenere una funzione più generale e non assorba l’intento del satellite.

[LINK SATELLITE 3 – Fugheraza, veglie e dialetto: tradizioni della Romagna contadina in Chidino]

Il fiume che insegna a fare domande

La scelta narrativa più caratteristica del libro è già racchiusa nel sottotitolo: Chidino è il bambino che parlava col fiume.

Non serve ricostruire qui le conversazioni che attraversano il volume. Sono una parte importante del piacere della lettura e devono rimanere nelle pagine del libro.

Ci interessa invece la loro funzione.

Chidino guarda il mondo con categorie ancora semplici. Fa domande sulla libertà, sulle persone, sul bene e sul male, sulla natura e sul comportamento degli uomini. Il Marecchia non gli consegna un manuale di risposte: lo spinge piuttosto a osservare, ascoltare e non affrettare i giudizi.

In uno dei momenti più significativi, il fiume invita il bambino a non dividere troppo facilmente gli uomini in completamente buoni o completamente cattivi.

È un tema che ritorna sotto forme diverse.

La crescita coincide quindi anche con la scoperta della complessità.

A questo si accompagna una sensibilità ambientale che emerge più volte. Il Marecchia porta i segni dell’estrazione, dell’inquinamento e dell’uso delle risorse, e il rispetto della natura viene collegato alla stessa possibilità dell’uomo di avere un futuro.

Il libro riesce a introdurre questi temi senza perdere il punto di vista infantile che ne costituisce la forza.

Dal Marecchia a Rimini: la fine di una stagione

Verso la fine degli anni Sessanta la famiglia decide di cercare un’altra casa.

Maria è ormai stanca delle difficoltà della vita sul fiume e guarda a Rimini come a un luogo capace di offrire maggiori comodità e servizi. Chidino comprende perfettamente le attrattive della città, ma contemporaneamente comincia a fare i conti con ciò che dovrà lasciare.

Il trasferimento diventa così qualcosa di più di un cambio di abitazione.

È la conclusione di un particolare modo di vivere l’infanzia.

La città offre opportunità, ma comporta ritmi differenti. Nel dialogo conclusivo il Marecchia richiama proprio il valore del silenzio e mette Chidino in guardia dalla fretta e dal rumore che possono rendere più difficile riflettere.

Ci fermiamo qui.

L’addio fra il bambino e il fiume costituisce il punto di arrivo emotivo dell’intero percorso ed è uno di quei passaggi che non devono essere sostituiti da un riassunto online.

Per conoscerlo bisogna arrivarci insieme a Chidino.

Chidino: una memoria personale che racconta anche un territorio

Chidino. Il bambino che parlava col fiume nasce da una storia personale, ma nelle sue pagine affiora un pezzo di Romagna del secondo Novecento.

Il Marecchia e il cementificio, la casa e la scuola, il dialetto e le tradizioni, la televisione e la città appartengono a un territorio che sta cambiando insieme al protagonista.

Il libro conserva soprattutto ciò che una ricostruzione generale difficilmente riesce a restituire: la percezione infantile di quel cambiamento.

Per questo il suo valore non sta nell’offrire un inventario di “come si viveva una volta”. Sta nella voce con cui quel mondo ritorna: nell’ironia, nei dialoghi, nelle contraddizioni familiari, nelle persone incontrate e nel rapporto sempre più profondo fra un bambino e il proprio fiume.

Gli approfondimenti di questo cluster potranno raccontare il contesto storico, ambientale e culturale.

Ma il viaggio di Chidino appartiene al libro.

Scopri Chidino. Il bambino che parlava col fiume di Riccardo Antoniacci e continua il racconto direttamente nelle pagine del volume.

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