La formazione artistica di Marino Bonizzato non segue un percorso lineare, delimitato da una sola disciplina. Prima della scelta universitaria, il futuro architetto sperimenta il disegno, la pittura, la ceramica e soprattutto la scultura. Osserva chi lavora, prova materiali differenti e impara a riconoscere la relazione fra forma, volume e spazio.
È proprio questa continuità fra il lavoro delle mani e il pensiero progettuale a rendere particolare il suo percorso. L’architettura non sostituisce la scultura: ne raccoglie alcune domande e le trasferisce in una scala diversa, nella quale le forme devono essere non soltanto guardate, ma anche attraversate e abitate.
Un’educazione artistica nata in famiglia
La prima educazione visiva di Bonizzato si sviluppa in un ambiente familiare nel quale disegnare, dipingere e scrivere fanno parte della quotidianità.
Il padre Luigi, detto Gigi, è ingegnere, pittore, poeta e appassionato di musica. La madre Vittorina accompagna con piccole scene illustrate e colorate i temi scolastici dei figli. Anche il fratello Giuliano disegna e scrive. La creatività non appare quindi come un’attività eccezionale, riservata a momenti particolari, ma come un modo naturale di osservare e interpretare la realtà.
In questo contesto, imparare non significa soltanto ricevere istruzioni. Significa soprattutto guardare con attenzione, provare e confrontare il risultato con quello delle persone che lavorano accanto.
Dal disegno alla materia
Le prime esperienze creative di Bonizzato non restano confinate al foglio. Ancora bambino, scopre l’argilla e prova a trasformarla in figure e piccoli oggetti. In seguito sperimenta il legno, il traforo e i sistemi di costruzione meccanica, sviluppando il piacere di assemblare parti differenti per ottenere una nuova forma.
È un passaggio importante. Il disegno permette di rappresentare un’idea, mentre la materia obbliga a confrontarsi con peso, resistenza, equilibrio e volume. Una forma modellata deve reggersi, occupare uno spazio e cambiare aspetto a seconda del punto dal quale viene osservata.
Sono problemi che appartengono alla scultura, ma che torneranno anche nella progettazione architettonica.
La pittura come esercizio di osservazione
La pittura rappresenta un altro terreno di apprendimento. Bonizzato ricorda la cassetta dei colori a olio del padre, con tavolozza, pennelli e materiali per la preparazione e la finitura delle opere. Le prime prove vengono realizzate osservando la tecnica paterna, compreso il procedimento del monotipo.
Quando il padre scopre quegli esperimenti non lo rimprovera, ma li apprezza. Il riconoscimento rafforza nel ragazzo il desiderio di continuare a esercitarsi.
Anni dopo, padre e figlio dipingono dal vero lo stesso soggetto, Ponte Verucchio, con due cavalletti collocati uno accanto all’altro. Il confronto fra i dipinti mostra un apprendimento fondato sull’osservazione diretta, ma anche la progressiva ricerca di una sensibilità personale.
L’atelier come luogo di sperimentazione
Un ruolo importante viene assunto dall’atelier familiare, inizialmente organizzato dal padre come studio di pittura e successivamente frequentato anche da Marino e dai suoi amici.
Tra questi vi sono Vittorio D’Augusta e Pier Giorgio Pasini, destinati a sviluppare percorsi significativi nel campo dell’arte e della storia dell’arte. Il laboratorio diventa uno spazio condiviso nel quale provare tecniche legate alla pittura e alla scultura, osservare il lavoro altrui e discutere i risultati.
L’apprendimento non avviene quindi soltanto nel rapporto fra maestro e allievo. Nasce anche dal confronto fra coetanei, dall’imitazione, dalla collaborazione e dalla libertà di sperimentare.
Questa dimensione collettiva permette di considerare l’atelier non semplicemente come una stanza attrezzata, ma come una piccola comunità artistica.
Ceramica e modellazione: conoscere la forma con le mani
Nella formazione di Marino Bonizzato, la ceramica costituisce il passaggio fra il gesto immediato della modellazione e la trasformazione tecnica della materia.
Il giovane artista realizza soprattutto ritratti e busti in creta. Dopo l’essiccazione, alcune opere vengono portate a Faenza nella bottega del ceramista e scultore Angelo Biancini, dove sono cotte e sottoposte ai successivi procedimenti di finitura.
Bonizzato comincia così a interessarsi non soltanto alla forma, ma anche alle caratteristiche della superficie: il colore, l’opacità, la brillantezza e il tipo di smaltatura. Chiede, per esempio, finiture avorio o superfici craquelé, cercando di controllare l’aspetto finale delle proprie opere.
Modellare un volto o una figura significa tradurre l’osservazione in volume. Non basta riprodurre correttamente i lineamenti: bisogna cogliere proporzioni, inclinazioni e rapporti fra pieni e vuoti.
Questo esercizio contribuisce a formare uno sguardo che sarà utile anche all’architetto.
La scultura come linguaggio privilegiato
Fra le diverse discipline sperimentate durante la giovinezza, la scultura è quella che Bonizzato indica come la propria arte preferita.
I suoi riferimenti attraversano epoche e sensibilità differenti, dalla scultura classica a Michelangelo, Rodin, Medardo Rosso e Moore. Al tempo stesso, il suo apprendimento rimane fortemente concreto. Utilizza argilla e terra refrattaria, fa cuocere le opere oppure le trasferisce in cemento e prova anche a misurarsi con la lavorazione della pietra.
La scelta dei materiali non è secondaria. Ciascuno impone tempi e gesti diversi: l’argilla può essere modellata e corretta; la terra refrattaria deve affrontare la cottura; il cemento richiede il passaggio attraverso un modello e una forma; la pietra procede invece per sottrazione.
Queste esperienze insegnano che un’idea prende forma soltanto attraverso un confronto con le possibilità e i limiti della materia.
La decisione: arte o architettura?
Al termine del liceo, Bonizzato deve scegliere se proseguire direttamente sulla strada dell’arte oppure iscriversi all’università.
La scultura sembra offrire una prospettiva concreta: alcune opere plastiche presentate in una mostra di giovani artisti hanno ricevuto attenzione. La decisione finale cade però sulla Facoltà di Architettura di Firenze.
Non è un abbandono della vocazione artistica. Bonizzato immagina che l’architettura possa permettergli di unire progettazione e scultura, realizzando edifici nei quali la composizione dei volumi produca rapporti significativi fra forma, luce e ombra.
La scelta universitaria nasce quindi da una domanda precisa: è possibile trasformare l’architettura in una forma plastica da vivere?
Firenze e l’incontro con la storia dell’arte
Gli anni trascorsi a Firenze ampliano il campo della formazione. Gli studenti di Architettura possono entrare nei musei cittadini e studiare direttamente le opere sulle quali si preparano durante i corsi.
Bonizzato frequenta in particolare gli Uffizi e la Galleria dell’Accademia. Il rapporto con la storia dell’arte non passa soltanto attraverso libri e riproduzioni, ma attraverso l’osservazione delle opere nello spazio reale.
La città offre inoltre occasioni di incontro con il teatro, la grafica e la satira. Sono esperienze differenti che contribuiscono a una formazione non specialistica, nella quale architettura, arti visive e rappresentazione continuano a dialogare.
La “Scultura Gioco”: dalla forma allo spazio
Un progetto universitario rende particolarmente evidente il passaggio dalla scultura all’architettura.
Per un esame di Arte dei giardini, Bonizzato elabora una “Scultura Gioco” destinata al Centro Educativo Italo-Svizzero. L’idea prevede un percorso per bambini costruito attraverso dislivelli, scivoli, superfici da scalare e materiali differenti.
La parete principale avrebbe riunito forme lisce e ruvide, elementi in legno, cemento, pietra, metallo e gomma. Alcune parti avrebbero prodotto suoni quando toccate o utilizzate per la salita. Il progetto coinvolgeva così vista, tatto, udito e olfatto, trasformando lo spazio in un’esperienza da compiere con tutto il corpo.
La forma non era pensata come un oggetto da contemplare a distanza. Doveva essere attraversata, toccata e utilizzata. L’opera diventava contemporaneamente scultura, paesaggio e architettura.
Il plastico realizzato per l’esame era a sua volta concepito come una piccola scultura colorata.
Quando l’architettura assume un carattere plastico
L’intenzione maturata negli anni della formazione continua nel lavoro professionale. Bonizzato ricerca edifici nei quali le parti non siano semplicemente assemblate secondo una funzione, ma concorrano alla costruzione di un’immagine e di un racconto.
Nel libro compaiono, fra i primi esempi, un edificio residenziale al Marano e il soffitto di un teatro scolastico a Serravalle. Le due opere vengono presentate come tentativi di comporre forme e contrasti fra luce e ombra.
Il rapporto fra scultura e architettura torna anche in lavori maturi, nei quali forme architettoniche e interventi plastici sono pensati come parti di un’unica composizione. In questa prospettiva, la scultura non costituisce una decorazione applicata successivamente all’edificio: partecipa alla sua concezione.
L’architettura può così diventare espressiva senza rinunciare alla funzione. Può produrre emozioni, dialogare con il luogo e rendere percepibile una storia attraverso volumi, percorsi e materiali.
Una formazione costruita attraverso le relazioni
Il percorso di Bonizzato mostra quanto una formazione artistica possa dipendere dagli incontri.
Ci sono il padre e la madre, che rendono naturale la presenza dell’arte nella vita quotidiana; gli amici con i quali condividere l’atelier; pittori e scultori osservati durante il lavoro; artigiani e ceramisti che permettono di comprendere le trasformazioni della materia; la città di Firenze e le opere conservate nei suoi musei.
A tenere insieme queste esperienze è la pratica. Bonizzato impara guardando, ma soprattutto facendo: disegnando, modellando, dipingendo, costruendo plastici e immaginando spazi.
La scelta dell’architettura non chiude quindi la fase artistica della sua formazione. La trasferisce in una disciplina capace di comprendere materia, spazio, funzione e vita collettiva.
Il percorso artistico raccontato in Marin©azzeggi
Le opere e gli episodi ricordati in questo articolo rappresentano soltanto alcune tappe della formazione di Marino Bonizzato.
In Marin©azzeggi, il rapporto fra scultura e architettura viene ricostruito attraverso fotografie, disegni, ceramiche, plastici e progetti. Il lettore può così seguire non soltanto le idee dell’autore, ma anche le forme concrete attraverso le quali quelle idee sono cambiate nel tempo.
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Qual era l’arte preferita di Marino Bonizzato?
Durante la giovinezza Marino Bonizzato considerava la scultura la propria arte preferita. Lavorava soprattutto con argilla, terra refrattaria e cemento.
Perché Marino Bonizzato scelse Architettura?
Scelse la Facoltà di Architettura di Firenze immaginando di poter unire la progettazione degli edifici alla ricerca plastica della scultura.
Chi contribuì alla sua formazione artistica?
Furono importanti l’ambiente familiare, il padre Gigi Bonizzato, gli amici che frequentavano l’atelier, pittori e scultori conosciuti durante la giovinezza e i successivi studi a Firenze.
Che cos’era la “Scultura Gioco”?
Era un progetto universitario per uno spazio destinato ai bambini, concepito come un percorso multisensoriale composto da forme, materiali, superfici, suoni e dislivelli.

