La presenza delle donne nella Resistenza della Bassa reggiana non può essere ridotta alla sola immagine della staffetta in bicicletta. I collegamenti clandestini furono fondamentali, ma accanto al trasporto di messaggi, viveri e materiali vi furono assistenza ai ricercati, partecipazione politica, proteste per i beni di prima necessità, organizzazione delle reti civili e, in alcuni casi, attività direttamente inserite nelle formazioni partigiane.
Nella pianura reggiana questa partecipazione assunse caratteristiche legate alla particolare geografia della lotta clandestina: paesi vicini, strade di campagna, case coloniche, aziende agricole e centri urbani formavano uno spazio nel quale persone e informazioni dovevano continuare a muoversi nonostante controlli, rastrellamenti e repressione.
Il caso di Campagnola Emilia è affrontato da Angiolino Catellani e Corrado Pignagnoli in Società e Resistenza a Campagnola Emilia. Aspetti identitari di una lotta di popolo. Inserito in un quadro più ampio, permette di interrogare il ruolo femminile nella Resistenza della pianura reggiana e le diverse forme attraverso le quali le donne entrarono nella lotta di Liberazione.
Il percorso generale parte dall'approfondimento Resistenza a Campagnola Emilia: società e memoria nella Bassa reggiana.
Non soltanto staffette: le diverse forme della partecipazione femminile
La figura della staffetta è diventata una delle immagini più riconoscibili della partecipazione femminile alla Resistenza. È una rappresentazione fondata su un ruolo realmente importante, ma rischia di nascondere la varietà delle esperienze.
Le donne potevano trasportare ordini e informazioni, procurare viveri e indumenti, mettere in collegamento nuclei clandestini, assistere persone ricercate, partecipare alla diffusione di materiali antifascisti e contribuire all'organizzazione politica. Alcune svolgevano più funzioni contemporaneamente.
La documentazione dedicata alla Resistenza nel territorio di Correggio restituisce proprio questa pluralità: uomini e donne parteciparono sia alla lotta armata sia all'appoggio politico, organizzativo e operativo necessario perché essa potesse esistere.
La distinzione è importante anche dal punto di vista storico. Parlare genericamente di «aiuto ai partigiani» rischia di trasformare attività organizzate, pericolose e spesso continuative in una funzione marginale. Erano invece parti di un sistema clandestino.
Le staffette nella pianura reggiana
Nella Bassa, mantenere i collegamenti era una necessità quotidiana.
La dispersione delle formazioni e delle basi, la presenza dei presidi fascisti e tedeschi e la necessità di non rendere riconoscibile la rete resistenziale imponevano sistemi di comunicazione affidabili. Messaggi scritti o affidati alla memoria, indicazioni sugli spostamenti, materiali, medicinali e viveri dovevano passare da un luogo all'altro.
Le donne potevano sfruttare una libertà di movimento maggiore rispetto a molti uomini giovani, più direttamente esposti ai controlli legati alla leva, alla renitenza e ai rastrellamenti. Questo vantaggio relativo non eliminava il pericolo: una staffetta scoperta poteva compromettere persone, abitazioni e interi collegamenti.
Il ruolo è rimasto centrale anche nella memoria pubblica reggiana. Fra i percorsi storici proposti da Istoreco a Reggio Emilia compare infatti Lina, Mimma e tante altre. Le donne staffette e partigiane, dedicato alle protagoniste femminili della Resistenza cittadina.
Case di latitanza, famiglie e collegamenti clandestini
Il lavoro delle staffette acquistava senso soltanto all'interno di una rete più vasta.
Case coloniche, abitazioni considerate sicure e punti di appoggio permettevano di nascondere persone, organizzare incontri e far transitare informazioni e materiali. Le donne che vivevano o operavano in questi spazi potevano diventare elementi essenziali della clandestinità.
Questo intreccio fra famiglie, territorio e organizzazione è approfondito nell'articolo Resistenza civile nella Bassa reggiana: case di latitanza e reti di aiuto.
La dimensione domestica assumeva così un significato politico e operativo. Una cucina, un cortile o una strada poderale potevano diventare nodi di una rete che continuava a funzionare proprio perché rimaneva nascosta dentro la normalità della vita quotidiana.
Correggio: dalle staffette ai Gruppi di Difesa della Donna
Il territorio correggese permette di osservare con particolare chiarezza quanto fosse articolata la presenza femminile.
La documentazione conservata dal Centro Memorie dal '900 ricorda che già nel novembre 1943 si formarono a Correggio nuclei dei Gruppi di Difesa della Donna. La loro attività comprendeva mobilitazione politica e sociale oltre all'appoggio alla Resistenza.
Nel gennaio 1944 circa 120 donne parteciparono a una manifestazione; durante la stagione della monda furono promosse rivendicazioni sulle condizioni di lavoro; nell'autunno dello stesso anno vennero raccolti denaro e vestiario destinati ai combattenti. La documentazione segnala inoltre una presenza molto consistente dei Gruppi di Difesa della Donna nella frazione di Budrio e, nei primi mesi del 1945, la formazione a Fosdondo di una squadra SAP composta da donne.
La scheda documentaria sulle donne nella Resistenza correggese consente di osservare direttamente questo quadro.
Il caso correggese dimostra perché la partecipazione femminile non possa essere descritta esclusivamente in termini di supporto individuale: esistevano anche strutture collettive, organizzazione politica e capacità di mobilitazione.
Le proteste femminili per il cibo e i beni essenziali
Un'altra forma di partecipazione passava dalle condizioni materiali imposte dalla guerra.
La scarsità di alimenti, il razionamento e la difficoltà di garantire i bisogni delle famiglie potevano trasformarsi in protesta pubblica. Nella cronologia della Resistenza reggiana, Istoreco registra per il 12 maggio 1944 manifestazioni di donne a Villa Sesso e Villa Cavazzoli, nel territorio di Reggio Emilia, contro la distribuzione di latte scremato: le manifestanti chiedevano che dai caseifici fosse consegnato latte intero. In alcune località l'intervento dei militi portò anche all'uso delle armi.
La cronologia di Istoreco relativa al maggio 1944 mostra così un'altra dimensione della mobilitazione: la protesta per la vita quotidiana poteva inserirsi nel più vasto clima di opposizione al regime e all'occupazione.
Queste iniziative obbligano a superare una separazione troppo rigida fra storia politica e storia sociale. Domandare pane, latte, zucchero o migliori condizioni di lavoro significava partire da bisogni concreti, ma in una società sottoposta alla guerra e alla dittatura anche la rivendicazione quotidiana poteva assumere una dimensione pubblica.
Donne delle campagne e Resistenza
Il tema femminile incontra direttamente quello della società rurale già affrontato nel percorso dedicato ai mezzadri e braccianti nella Resistenza reggiana.
Nelle famiglie agricole le donne partecipavano al lavoro e all'economia domestica all'interno di un sistema nel quale attività produttive e vita familiare erano strettamente intrecciate. Durante la guerra, proprio questi spazi potevano diventare luoghi di assistenza, clandestinità e mobilitazione.
L'Istituto Alcide Cervi ha dedicato da tempo attenzione specifica alla relazione fra mondo contadino e partecipazione femminile. Nel primo volume degli Annali dell'Istituto Alcide Cervi, dedicato anche ad antifascismo, Resistenza e contadini, compare lo studio di Ivana Rossi Le contadine reggiane: emancipazione e Resistenza.
La prospettiva è significativa perché impedisce di separare la storia della Resistenza dalle trasformazioni che interessavano contemporaneamente lavoro, famiglia e presenza femminile nello spazio pubblico.
Donne comuniste, cattoliche e appartenenze differenti
La partecipazione femminile non apparteneva a un'unica cultura politica.
Come per l'intero movimento resistenziale, anche fra le donne convivevano percorsi differenti: comunisti, cattolici e altre esperienze antifasciste potevano condividere l'opposizione al nazifascismo pur conservando convinzioni, organizzazioni e prospettive diverse.
La realtà locale permette di cogliere meglio queste differenze rispetto a una rappresentazione indistinta della «donna partigiana». Famiglia, educazione religiosa, ambiente di lavoro, amicizie e precedenti esperienze antifasciste potevano concorrere in misura diversa alla scelta di partecipare.
In Società e Resistenza a Campagnola Emilia, Catellani e Pignagnoli ricostruiscono proprio la pluralità sociale e ideale presente anche nella componente femminile, inserendola nel più ampio problema del carattere popolare assunto dalla Resistenza campagnolese.
Dalla Bassa a Reggio Emilia
Seguire la presenza femminile consente inoltre di proseguire il percorso geografico dalla Bassa verso il capoluogo.
Le campagne non erano separate dalla città. Collegamenti clandestini, organizzazioni politiche, stampa, strutture resistenziali e mobilitazioni attraversavano l'intero territorio provinciale. Anche le fonti oggi conservate e valorizzate a Reggio Emilia permettono di ricostruire biografie e percorsi che oltrepassavano continuamente i confini dei singoli comuni.
L'Archivio di Istoreco conserva fondi e strumenti di ricerca relativi alla Resistenza e alla società contemporanea reggiana, mentre i percorsi cittadini dell'Istituto riportano nello spazio urbano anche la memoria delle donne che parteciparono alla lotta di Liberazione.
Dalla Resistenza alla cittadinanza politica
La Liberazione aprì una fase nuova, ma la partecipazione alla Resistenza non produsse automaticamente una piena uguaglianza fra uomini e donne.
L'esperienza del 1943-1945 aveva però portato molte donne fuori dagli spazi nei quali il fascismo aveva cercato di circoscriverne il ruolo e aveva creato occasioni di organizzazione, responsabilità e partecipazione pubblica.
Il passaggio successivo conduce al voto politico femminile del 1946 e all'ingresso delle donne nelle istituzioni democratiche. Nel 2026 l'Istituto Alcide Cervi ha dedicato al rapporto fra donne, Resistenza, voto e costruzione dello spazio pubblico un incontro specifico a Casa Cervi.
Lo stesso nesso fra antifascismo, Resistenza e cittadinanza attraversa RS – Ricerche Storiche n. 141, fascicolo 2026 della rivista di Istoreco edita da Panozzo Editore, che fra i suoi percorsi affronta anche gli ottant'anni del voto alle donne.
Campagnola Emilia nel libro di Catellani e Pignagnoli
Società e Resistenza a Campagnola Emilia. Aspetti identitari di una lotta di popolo inserisce la partecipazione femminile nella ricostruzione della società locale durante la guerra.
Le esperienze considerate appartengono a condizioni sociali e orientamenti differenti e si intrecciano con staffette, reti clandestine, assistenza, mobilitazioni e con il problema più generale della partecipazione civile alla Resistenza.
Nomi, testimonianze, documenti e percorsi individuali permettono nel volume di osservare questa pluralità alla scala ravvicinata di Campagnola Emilia. Il libro è presente nel catalogo di storia dell'Emilia-Romagna di Panozzo Editore.
Per approfondire
- Resistenza a Campagnola Emilia: società e memoria nella Bassa reggiana – il quadro generale del percorso.
- Mezzadri e braccianti nella Resistenza reggiana – società rurale e partecipazione alla lotta di Liberazione.
- Resistenza civile nella Bassa reggiana – case di latitanza, famiglie e collegamenti clandestini.
- RS – Ricerche Storiche n. 141 – storia contemporanea, Resistenza, memoria e cittadinanza nel territorio reggiano.
- Dossier e approfondimenti sui libri di Panozzo Editore – l'indice generale dei percorsi editoriali.

