All’Archiginnasio, la montagna cambia prospettiva: Carlo Dolcini dialoga con Franco Farinelli

Carlo Dolcini Franco Farinelli e Tommaso Panozzo durante la presentazione del libro all’Archiginnasio di Bologna

Nella Sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio di Bologna, la presentazione di La prima salita del Gran Sasso. La vera data (1563) si è trasformata in qualcosa di più di un incontro dedicato a un libro. È diventata una riflessione sul modo in cui gli europei hanno imparato a guardare le montagne, sulla forza delle fonti storiche e sulla figura quasi dimenticata di un bolognese del Cinquecento: Francesco De Marchi.

L’incontro, svoltosi il 22 febbraio 2024, ha riunito l’autore Carlo Dolcini, già professore ordinario di Storia medievale, e il geografo Franco Farinelli, professore emerito dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. A introdurre la presentazione è stato Tommaso Panozzo, che ha immediatamente chiarito il significato della scelta del luogo.

L’Archiginnasio non rappresentava soltanto una cornice prestigiosa. Nella sua biblioteca è conservato uno dei manoscritti sui quali si fonda la ricerca di Dolcini. Bologna, inoltre, è la città natale di Francesco De Marchi, protagonista dell’impresa raccontata nel volume e personaggio ancora poco conosciuto nella sua stessa città.

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Un bolognese animato dalla curiosità

Nelle parole iniziali di Tommaso Panozzo, De Marchi emerge come un uomo dalla vita straordinaria, spinto da una curiosità che lo portava continuamente oltre i confini delle esperienze comuni.

Entrò nelle grotte quando la speleologia non esisteva ancora, si immerse nel lago di Nemi alla ricerca delle navi dell’imperatore Caligola e volle affrontare la cima del Gran Sasso. Non si trattava di imprese isolate, ma delle manifestazioni di una personalità incapace di rimanere indifferente di fronte all’ignoto.

È proprio da questa figura irregolare e affascinante che prende avvio il dialogo della serata. La presentazione non segue il tono di una celebrazione formale: De Marchi viene progressivamente restituito alla sua dimensione umana, culturale e storica.

La montagna diventa il punto nel quale si incontrano la curiosità personale, la conoscenza del territorio, l’esperienza militare e la capacità di raccontare ciò che si è visto.

Franco Farinelli e la scoperta europea della montagna

Franco Farinelli allarga immediatamente lo sguardo. Il Gran Sasso non è più soltanto il luogo di un’ascensione, ma diventa parte di una domanda molto più ampia: quando la montagna è entrata davvero nella cultura europea?

La risposta proposta dal geografo è sorprendente. Per secoli, il mondo occidentale avrebbe guardato i rilievi con sospetto. La montagna era considerata un ambiente ostile, improduttivo e difficile da governare. Non era il campo coltivato, non era la città e non era uno spazio facilmente riconducibile all’ordine umano.

Soltanto tra Settecento e Ottocento la montagna avrebbe cominciato a occupare una posizione centrale nella rappresentazione europea del mondo. Le esplorazioni scientifiche, la cartografia e lo sviluppo delle reti ferroviarie avrebbero contribuito a trasformarla in un elemento fondamentale del paesaggio e del territorio.

È in questo quadro che l’impresa cinquecentesca di Francesco De Marchi assume un carattere eccezionale.

Molto prima che la montagna diventasse un oggetto abituale di osservazione e di studio, un capitano bolognese la affrontava, la descriveva e cercava di comprenderne la struttura. Lo sguardo di De Marchi non era quello di un letterato intento a costruire un paesaggio simbolico. Era lo sguardo concreto di un uomo d’armi, abituato a valutare accessi, pendenze, ostacoli e forme del terreno.

Tra esperienza reale e immaginazione letteraria

Uno dei momenti più suggestivi dell’intervento di Farinelli nasce dalla lettura di alcune righe scritte da De Marchi durante la salita.

Superato Campo Pericoli, il capitano si trova davanti a una parete sulla quale non riconosce più strade, sentieri o scale. La roccia gli appare tanto alta da fargli pensare che, per continuare, sarebbero servite delle ali.

Farinelli riconosce in questa immagine un’eco quasi letterale dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto. Il dettaglio apre una prospettiva affascinante: l’esperienza della montagna viene descritta attraverso un modello letterario, ma quel modello è impiegato per raccontare una realtà fisica concreta.

La letteratura non sostituisce l’osservazione. Le offre le parole necessarie.

In questo incontro tra cultura e realtà, tra Ariosto e il Gran Sasso, si manifesta qualcosa di nuovo. La montagna comincia a entrare nell’immagine europea del mondo non come semplice allegoria, ma come presenza materiale: una forma della Terra da attraversare e da comprendere.

Secondo Farinelli, proprio con De Marchi inizia una descrizione destinata ad avere un grande futuro nella cultura europea. Il rilievo viene finalmente rappresentato nella sua fisicità, con uno sguardo capace di registrare la difficoltà e la verticalità dell’esperienza.

Carlo Dolcini e la pazienza delle fonti

Dopo l’ampia riflessione geografica e culturale, la parola passa a Carlo Dolcini. Il tono cambia, ma il racconto non perde intensità.

Dolcini ringrazia Franco Farinelli, Panozzo Editore e gli organizzatori, quindi entra nel cuore del problema: la data della prima salita del Gran Sasso.

Per decenni, e in realtà per secoli, il 1573 è stato considerato l’anno certo dell’ascensione. La data compare nelle ricostruzioni storiche, negli studi e nella memoria pubblica dell’impresa. Modificare una convinzione così radicata richiede prudenza e prove solide.

Dolcini accompagna il pubblico attraverso il percorso della ricerca. Il primo indizio è visibile nel manoscritto di Francesco De Marchi: l’anno 1573 presenta una correzione evidente. Il sette appare modificato, arrotondato e trasformato in un sei.

La data potrebbe dunque essere il 1563.

Ma un segno di penna, da solo, non è sufficiente. Occorre verificare la compatibilità della nuova cronologia con gli spostamenti e la vita di De Marchi. Per molto tempo sembrava che nel 1563 il capitano si trovasse lontano dall’Italia, al seguito di Margherita d’Austria nei Paesi Bassi.

Una raccolta ottocentesca di lettere ha permesso però a Dolcini di accertare che nell’autunno di quell’anno De Marchi era a Piacenza, presso il palazzo dei Farnese. Il primo ostacolo alla nuova datazione poteva così essere superato.

Il manoscritto conservato a Bologna

La prova più significativa conduce direttamente all’Archiginnasio, a pochi passi dalla sala in cui si svolge la presentazione.

Nel 1794, un discendente di Francesco De Marchi fece realizzare una copia completa del suo trattato di architettura militare. Il manoscritto autografo era conservato a Firenze, ma alcuni suoi capitoli sarebbero successivamente andati perduti durante una rilegatura.

La copia bolognese ha dunque preservato parti del testo oggi non più disponibili nell’originale.

In uno di questi capitoli compare una dichiarazione semplice e inequivocabile:

«Io sono stato alla vetta di questo grande Monte».

Il confronto con altri riferimenti interni permette di collocare la redazione del passo intorno al 1564. La salita, quindi, doveva essere già avvenuta.

Il 1573 citato in un’altra parte del racconto non indicherebbe necessariamente la data dell’ascensione, ma potrebbe riferirsi al momento in cui De Marchi scrisse quella versione del testo o agli avvenimenti ricordati nel brano.

La dimostrazione di Dolcini procede così per indizi convergenti: una correzione paleografica, la presenza documentata di De Marchi in Italia e una copia manoscritta capace di conservare ciò che l’autografo ha perduto.

Una vicenda che non appartiene soltanto all’Abruzzo

Nelle battute conclusive, Franco Farinelli torna a sottolineare uno degli aspetti centrali dell’incontro: questa storia non può essere relegata in un ambito esclusivamente locale.

Il Gran Sasso è certamente legato alla storia dell’Abruzzo, dell’Aquila e di Assergi. Ma il racconto di De Marchi riguarda anche la formazione della moderna immagine europea del territorio.

Le grandi ascensioni alpine che hanno acquisito un ruolo centrale nella storia della montagna sono successive di circa due secoli. L’impresa del capitano bolognese rappresenta quindi, secondo Farinelli, una sorta di primato mediterraneo che merita di essere reinserito nella consapevolezza culturale europea.

La ricerca di Dolcini non si limita perciò a correggere una data. Costringe a ripensare gerarchie consolidate, a osservare con maggiore attenzione documenti apparentemente marginali e a riscoprire episodi che possono modificare il modo in cui raccontiamo la modernità.

Un incontro tra storia, geografia e memoria

La presentazione all’Archiginnasio ha mostrato come un libro possa diventare il punto di partenza per un dialogo tra discipline diverse.

Tommaso Panozzo ha restituito al pubblico la curiosità e la vitalità di Francesco De Marchi. Franco Farinelli ha collocato la sua impresa nella lunga storia dello sguardo europeo sulla montagna. Carlo Dolcini ha ricostruito, con la pazienza dello storico, il percorso documentario che conduce dal 1573 al 1563.

Ne è emerso il ritratto di un uomo capace di vedere la montagna prima che la cultura europea imparasse davvero a guardarla.

La Sala dello Stabat Mater, circondata dai documenti che hanno reso possibile la ricerca, non è stata soltanto il luogo della presentazione. È diventata parte integrante del racconto: il punto nel quale una memoria conservata per secoli ha potuto tornare a parlare.

Guarda la presentazione completa di Carlo Dolcini con Franco Farinelli, introdotta da Tommaso Panozzo

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