Nel 1938 le leggi razziali fasciste costrinsero Attilio Momigliano ad abbandonare la cattedra di Letteratura italiana all’Università di Firenze. Tra gli studenti che avevano seguito le sue lezioni si trovava Umberto Panozzo, allora iscritto alla Facoltà di Lettere.
L’allontanamento non colpì soltanto un professore particolarmente stimato. Per Umberto rappresentò la dimostrazione concreta che lo Stato poteva escludere una persona competente e rispettata non per la qualità del suo lavoro o per la sua condotta, ma soltanto per l’origine ebraica.
La reazione dello studente non coincise ancora con una completa rottura politica. Aprì però una frattura nel modo in cui aveva fino ad allora identificato lo Stato, l’autorità e il regime fascista. Quella decisione, giudicata insieme ingiusta e irrazionale, contribuì alla formazione di una coscienza sempre più autonoma.
In questa pagina
- Chi era Attilio Momigliano
- L’insegnamento all’Università di Firenze
- Umberto Panozzo allievo di Momigliano
- Le leggi razziali nella scuola e nell’università
- L’espulsione di Momigliano nel 1938
- La reazione di Umberto Panozzo
- Una frattura nelle certezze dello studente
- Il valore della testimonianza personale
Chi era Attilio Momigliano
Attilio Momigliano nacque a Ceva, in provincia di Cuneo, nel 1883. Dopo gli studi all’Università di Torino e un periodo di insegnamento nelle scuole secondarie, iniziò la carriera universitaria come professore di Letteratura italiana.
Insegnò negli atenei di Catania e Pisa e, dal 1934, all’Università di Firenze. La sua attività di critico e storico della letteratura riguardò alcuni dei maggiori autori italiani, tra i quali Dante, Ariosto, Goldoni, Manzoni, Leopardi e Verga.
Il suo metodo attribuiva un’importanza centrale alla lettura diretta delle opere. Prima di formulare un giudizio generale su uno scrittore, occorreva osservare attentamente la pagina, riconoscerne il tono, seguire le variazioni dello stile e comprendere il rapporto tra le parole e l’esperienza umana dell’autore.
Momigliano non proponeva agli studenti formule da ripetere meccanicamente. Li guidava verso la costruzione di un giudizio personale, sostenuto però da una conoscenza precisa dei testi.
Attilio Momigliano all’Università di Firenze
Quando Umberto Panozzo si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze, nell’autunno del 1936, Momigliano occupava da due anni la cattedra di Letteratura italiana.
Per il giovane studente, l’università rappresentava la possibilità di superare alcune delusioni vissute durante il liceo. Umberto aveva incontrato insegnanti molto diversi tra loro e avvertiva la necessità di una guida capace di avvicinarlo realmente alla letteratura.
Le lezioni di Momigliano gli mostrarono un modo differente di leggere. La storia letteraria non doveva ridursi alla memorizzazione delle biografie degli scrittori o alla ripetizione dei giudizi contenuti nei manuali.
Il punto di partenza era il testo: il significato delle parole, la costruzione della frase, il ritmo, le immagini e il modo in cui la personalità dell’autore emergeva dalla scrittura.
Questa impostazione avrebbe lasciato una traccia duratura nel lavoro di Umberto come studioso, professore e autore scolastico. La lettura analitica delle opere sarebbe rimasta anche uno degli elementi centrali del suo modo di insegnare la letteratura.
Umberto Panozzo allievo di Attilio Momigliano
Il rapporto tra Umberto Panozzo e Attilio Momigliano non si limitò alla normale frequentazione di un corso universitario.
Umberto riconobbe nel professore il proprio maestro e si affidò a lui anche per l’impostazione degli studi che lo avrebbero condotto alla tesi di laurea sulla prosa di Giosuè Carducci.
Momigliano rappresentava un modello di rigore intellettuale: lo studioso che non separava l’erudizione dalla sensibilità letteraria e che chiedeva allo studente di motivare sempre le proprie valutazioni.
Questa lezione corrispondeva al carattere dello stesso Umberto, portato a sottoporre persone, decisioni e testi a un giudizio severo. L’autorità del professore non dipendeva semplicemente dalla posizione accademica, ma dalla competenza che lo studente gli riconosceva.
Proprio per questo l’espulsione del 1938 ebbe un effetto tanto profondo. Il regime non allontanava una figura astratta, ma l’insegnante al quale Umberto attribuiva una parte essenziale della propria formazione.
Le leggi razziali nella scuola e nell’università
Nel 1938 il regime fascista introdusse una serie di provvedimenti diretti a escludere progressivamente gli ebrei dalla scuola, dall’università, dagli impieghi pubblici, dalle professioni e da numerosi settori della vita sociale.
Il Regio decreto-legge 5 settembre 1938, n. 1390, dedicato ai provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista, vietò alle persone considerate ebree di insegnare nelle scuole statali o riconosciute dallo Stato.
L’esclusione riguardò anche il mondo universitario. Professori, assistenti e liberi docenti furono allontanati dagli atenei, mentre agli studenti ebrei vennero imposte limitazioni sempre più gravi.
La persecuzione colpiva quindi direttamente uno dei luoghi nei quali si produceva e si trasmetteva la cultura. Le università italiane vennero private di studiosi selezionati per capacità scientifica ed esperienza, sostituendo al criterio del merito quello dell’origine familiare.
Per gli studenti, l’effetto non fu soltanto amministrativo. L’allontanamento dei docenti interrompeva rapporti di formazione, percorsi di ricerca e legami intellettuali costruiti nelle aule universitarie.
L’espulsione di Attilio Momigliano nel 1938
Attilio Momigliano fu costretto a lasciare l’Università di Firenze perché ebreo. La qualità delle sue opere, il valore dell’insegnamento e il prestigio raggiunto nella critica letteraria non ebbero alcun peso davanti alla classificazione imposta dalle leggi fasciste.
La cattedra di Letteratura italiana venne affidata a Giuseppe De Robertis, critico già attivo nell’ambiente culturale fiorentino.
Per Umberto il cambiamento non poteva essere considerato una normale successione accademica. Il posto del proprio maestro era diventato disponibile soltanto perché una legge discriminatoria lo aveva escluso dall’università.
La persecuzione assumeva così una forma concreta e riconoscibile. Non riguardava più soltanto norme lette sui giornali o dichiarazioni politiche: entrava nell’aula, interrompeva le lezioni e allontanava una persona direttamente conosciuta.
La decisione mostrava inoltre una contraddizione particolarmente evidente. Lo Stato, che avrebbe dovuto selezionare e valorizzare le competenze necessarie alla formazione dei giovani, rinunciava deliberatamente a un professore stimato per una ragione estranea al suo lavoro.
La reazione di Umberto Panozzo all’allontanamento di Momigliano
Nelle memorie Umberto sintetizza la propria prima reazione con una frase: «Mi ribellai nel mio intimo».
La protesta nacque prima di tutto dall’impossibilità di comprendere razionalmente il provvedimento. Un docente capace veniva escluso non perché avesse violato i propri doveri o insegnato male, ma per una caratteristica legata alle sue origini.
All’assurdità si univa il senso dell’ingiustizia. Le qualità personali e professionali di Momigliano diventavano improvvisamente irrilevanti davanti a una distinzione razziale trasformata in legge.
Umberto espresse il proprio dissenso con amici e conoscenti e decise di non riconoscere nel professore subentrato il proprio maestro. Frequentò soltanto quanto gli era necessario per proseguire il percorso universitario, senza dimenticare che l’avvicendamento era stato prodotto dall’espulsione di Momigliano.
La sua tesi rimase legata agli studi impostati sotto la guida del professore allontanato. La successiva discussione con De Robertis appartiene a una fase più complessa del percorso universitario, ricostruita direttamente nelle memorie.
Il gesto di Umberto non modificò la decisione del regime e non assunse la forma di una protesta politica organizzata. Conserva però il valore di una scelta personale compiuta all’interno di un sistema nel quale opporsi pubblicamente poteva comportare conseguenze.
Una frattura nelle certezze dello studente
L’espulsione di Momigliano rappresentò uno dei passaggi attraverso i quali Umberto cominciò a distinguere più chiaramente lo Stato dalla politica del regime fascista.
Nato nel 1918, era cresciuto in un’Italia nella quale scuola, istituzioni, organizzazioni giovanili e vita pubblica erano state progressivamente assorbite dal fascismo. Non possedeva un’esperienza personale del sistema politico precedente alla dittatura.
La decisione del 1938 mostrò però che l’autorità dello Stato non garantiva automaticamente la ragionevolezza o la giustizia di un provvedimento.
Umberto continuava a riconoscere il valore del dovere, della disciplina e della responsabilità individuale. Non era però disposto ad attribuire lo stesso valore a un ordine soltanto perché proveniva dall’alto.
L’episodio non deve essere trasformato retrospettivamente in una completa e improvvisa conversione antifascista. Il suo significato risiede proprio nella gradualità: una convinzione fino ad allora accettata cominciava a incrinarsi davanti a un’ingiustizia osservata direttamente.
Il più ampio rapporto tra Umberto Panozzo e il fascismo è ricostruito nell’articolo dedicato alla sua formazione politica e morale. L’espulsione di Momigliano ne rappresenta uno degli episodi più significativi, ma non esaurisce un percorso sviluppato nel corso di molti anni.
Il valore della testimonianza personale di Umberto Panozzo
La persecuzione subita da Attilio Momigliano può essere ricostruita attraverso le leggi, i documenti universitari, la corrispondenza e gli studi storici.
Il ricordo di Umberto Panozzo aggiunge però una prospettiva differente: mostra l’effetto che l’espulsione di un professore produsse su uno dei suoi studenti.
La testimonianza permette di osservare almeno tre conseguenze delle leggi razziali:
- la perdita culturale, perché l’università venne privata di un docente selezionato per preparazione ed esperienza;
- l’interruzione di un rapporto formativo, perché maestro e allievo furono separati da una decisione politica;
- l’effetto sulla coscienza individuale, perché l’ingiustizia osservata direttamente mise in discussione il rapporto dello studente con l’autorità.
Non tutti gli universitari reagirono nello stesso modo e non ogni forma di dissenso divenne pubblica. Le memorie personali sono importanti proprio perché conservano esitazioni, contraddizioni e trasformazioni che una ricostruzione generale rischia di rendere invisibili.
In La mia vita. Storia di un uomo, il rapporto con Momigliano non si esaurisce nell’espulsione del 1938. Il volume segue la preparazione della tesi, gli studi condotti durante gli anni della guerra e il modo in cui l’insegnamento ricevuto continuò ad accompagnare Umberto nella propria attività di professore e studioso.
Questo articolo ricostruisce il contesto pubblico e la prima reazione dello studente, lasciando al libro i rapporti personali, la successione completa degli avvenimenti e le pagine attraverso le quali emerge la voce diretta dell’autore.
Il tema è collocato nel percorso generale dell’opera nel dossier dedicato a Umberto Panozzo e La mia vita.

