Nel servizio di Icaro TV, l’autore de Il carabiniere e l’antiquario ripercorre l’indagine che riportò in Italia tre opere di Raffaello e Piero della Francesca. Una vicenda di arte, investigazioni e rapporti umani che ebbe tra i suoi protagonisti diversi riminesi.
Nella notte tra il 5 e il 6 febbraio 1975, tre capolavori del Rinascimento scomparvero dal Palazzo Ducale di Urbino. Il trafugamento ebbe una risonanza tale da essere immediatamente definito dalla stampa il “furto del secolo”.
A quasi cinquant’anni di distanza, il Tenente Colonnello dei Carabinieri in congedo Nevio Monaco è tornato a raccontare quella vicenda nel servizio realizzato da Icaro TV. L’occasione è stata la serata del 25 gennaio 2022 organizzata dal Lions Club Rimini Host a L’Artrov, durante la quale Monaco ha presentato il libro Il carabiniere e l’antiquario. Il furto del secolo tra intrighi, rivalità ed encomi.
Tre capolavori scomparsi dal Palazzo Ducale
Le opere rubate erano La Muta di Raffaello, La Madonna di Senigallia e La Flagellazione di Cristo, entrambe di Piero della Francesca. Dipinti dal valore economico incalcolabile, ma soprattutto testimonianze fondamentali della storia e dell’identità culturale italiana.
Il loro recupero divenne quindi molto più di un’indagine giudiziaria. Come ricorda Monaco nell’intervista, era diventato anche una “questione d’onore”: lo Stato doveva riuscire a riportare a casa opere che appartenevano al patrimonio di tutti.
L’inchiesta durò oltre un anno e si sviluppò tra piste italiane e contatti internazionali. Non fu un percorso lineare. Ci furono depistaggi, rivalità tra investigatori, incomprensioni e situazioni che lo stesso Monaco non esita a definire imbarazzanti. Intorno ai dipinti si muovevano interessi diversi, mentre ogni scelta sbagliata rischiava di far perdere definitivamente le loro tracce.
Un’indagine negli anni di piombo
Il furto avvenne in uno dei periodi più difficili della storia repubblicana. Erano gli anni del terrorismo, degli attentati, dei sequestri di persona e di una violenza politica che rischiava di trascinare il Paese verso conseguenze ancora più drammatiche.
Nevio Monaco, allora capitano e comandante del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Bologna, operava quotidianamente dentro questo clima. Mentre uomini e risorse erano impegnati nel contrasto al terrorismo e alla criminalità, occorreva seguire anche un’indagine delicatissima, capace di attirare l’attenzione della stampa internazionale.
Il racconto restituito dall’autore non è quello di un’operazione semplice e perfettamente coordinata. È piuttosto la testimonianza concreta di come si svolgono le indagini più complesse: tra intuizioni, rapporti personali, tensioni istituzionali, errori e improvvisi passi in avanti.
Il carabiniere e l’antiquario
Al centro della storia ci sono due uomini. Il “carabiniere” è lo stesso Nevio Monaco. L’“antiquario” è invece Maurizio Balena, riminese, amico d’infanzia dell’autore e profondo conoscitore del mercato dell’arte.
La collaborazione di Balena si rivelò decisiva. Grazie alle sue conoscenze, alla sua esperienza e alla capacità di muoversi in ambienti difficilmente accessibili agli investigatori, contribuì a ricostruire il percorso delle opere e ad avvicinare chi era in grado di condurre gli inquirenti fino ai dipinti.
Nell’intervista Monaco riconosce apertamente l’importanza del suo ruolo. Senza quel contributo, lascia intendere, l’esito dell’inchiesta avrebbe potuto essere molto diverso.
È proprio l’incontro tra due prospettive apparentemente lontane — quella del militare e quella dell’antiquario — a dare forza al racconto. Da una parte il rigore dell’investigazione, dall’altra la conoscenza di un mondo fatto di collezionisti, mediatori, commercianti e relazioni internazionali.
Perché il “furto del secolo” è anche una storia riminese
Il colpo avvenne a Urbino e i capolavori vennero rintracciati in Svizzera, ma per Monaco questa rimane anche una storia profondamente riminese.
Riminesi erano lui e Maurizio Balena. Riminese era anche il magistrato Romano Ricciotti, coinvolto nelle indagini. È un legame territoriale che trasforma un episodio di cronaca nazionale in una vicenda vicina alla memoria della città.
Dopo oltre un anno di investigazioni, trattative riservate e continui colpi di scena, i tre dipinti furono finalmente recuperati e restituiti allo Stato italiano. Il loro ritorno rappresentò non soltanto il successo di un’indagine, ma una vittoria nella difesa del patrimonio artistico nazionale.
Una testimonianza diretta, tra storia dell’arte e investigazione
Nel volume Il carabiniere e l’antiquario, Nevio Monaco ricostruisce la vicenda dall’interno, affidandosi a ricordi personali, documenti, testimonianze, articoli di giornale e atti processuali.
Il risultato è una storia vera che possiede il ritmo di un romanzo investigativo: intercettazioni, incontri riservati, rivalità, piste internazionali e decisioni da prendere senza avere la certezza del risultato. Ma è soprattutto la testimonianza di chi partecipò direttamente a una delle più importanti operazioni italiane di recupero di opere d’arte rubate.
Guarda il servizio di Icaro TV e scopri la vicenda raccontata da Nevio Monaco.
Scopri Il carabiniere e l’antiquario sul sito di Panozzo Editore

