Ci sono certezze storiche che sembrano scolpite nella pietra. Poi basta una cifra ripassata a penna, una correzione rimasta per secoli sotto gli occhi degli studiosi, per riaprire tutto.
È da un dettaglio apparentemente minimo che prende avvio La prima salita del Gran Sasso. La vera data (1563), il libro di Carlo Dolcini pubblicato da Panozzo Editore. La data tradizionalmente associata all’impresa di Francesco De Marchi è il 1573. Dolcini, attraverso un’indagine paleografica e testuale, sostiene invece che occorra tornare indietro di dieci anni, all’agosto del 1563.
Ma il libro non è soltanto la dimostrazione di una nuova cronologia. È anche il racconto di una montagna ancora poco conosciuta, di un uomo del Rinascimento animato da un’insaziabile curiosità e di una memoria rimasta nascosta tra le pagine di un trattato di architettura militare.
Un uomo che voleva vedere oltre
Francesco De Marchi non corrisponde all’immagine tradizionale dell’alpinista. Nel Cinquecento l’alpinismo non esisteva ancora e le montagne erano soprattutto ostacoli, confini, luoghi difficili da attraversare.
De Marchi era un uomo d’armi, un tecnico, un cortigiano. Aveva imparato a leggere e scrivere da solo, quando era ormai adulto, e aveva trascorso gran parte della vita al servizio delle corti italiane ed europee. Era dotato di una notevole resistenza fisica, di ingegno pratico e di una curiosità che lo spingeva verso esperienze inconsuete: nel 1535 aveva persino tentato di immergersi nel lago di Nemi, protetto da uno scafandro, per cercare le vestigia di un’antica nave romana.
La salita del Monte Corno, il nome con cui era allora conosciuto il Gran Sasso, nasce dalla stessa inquietudine.
De Marchi desiderava raggiungere quella cima da trentadue anni. Voleva comprenderne l’altezza, osservarne la forma, verificare ciò che gli scrittori avevano trascurato. Non agiva per eseguire un ordine e non cercava soltanto un primato. Voleva vedere con i propri occhi e descrivere ciò che avrebbe trovato.
Sei uomini davanti a una montagna senza sentieri
Il racconto dell’ascensione conserva ancora oggi una forza sorprendente.
In un giorno d’agosto De Marchi entra nel castello di Assergi insieme al cavaliere Cesare Schiafinato e a Diomede dell’Aquila. Cerca qualcuno che conosca la strada verso la cima. Le voci parlano di cacciatori di camosci già arrivati lassù, ma soltanto uno viene individuato: Francesco di Assergi.
Il cacciatore aveva già raggiunto la vetta e non sembrava desideroso di tornarvi. Alla fine accetta di accompagnare il gruppo, al quale si uniscono i fratelli Simone e Giovampietro Di Giulio.
Sono sei uomini con esperienze e condizioni sociali differenti, uniti davanti a un ambiente che non offre percorsi riconoscibili.
Arrivati a Campo Pericoli, devono decidere dove passare. Non vedono strade, sentieri o scale. Provano una direzione, tornano indietro, cercano un altro accesso. La roccia è fragile, la neve rimane a lungo nei canaloni e in alcuni tratti bisogna procedere aggrappandosi con mani e piedi.
Quando Francesco di Assergi decide di continuare, De Marchi gli risponde con una frase che sembra contenere l’intero spirito dell’impresa:
«Dove tu anderai venirò anc’io».
La guida conosce la montagna; il capitano possiede invece qualcosa che trasformerà quella salita in una pagina di storia: la capacità di raccontarla.
Una vetta sospesa sopra il mondo
La cima viene raggiunta dopo cinque ore e un quarto di faticosa salita.
Dall’alto, De Marchi ha la sensazione di trovarsi sospeso nell’aria. Suona un corno da caccia, mette in fuga gli uccelli che si annidano intorno alla vetta e incide il proprio nome sulle pietre insieme a Schiafinato e Diomede.
Gli altri tre uomini non sanno leggere né scrivere. È un dettaglio che Carlo Dolcini lascia emergere senza retorica: neppure sulla montagna più alta le differenze sociali vengono cancellate.
De Marchi osserva anche la neve e il ghiaccio raccolti nel vallone del Calderone. Guarda il paesaggio, riconosce i rilievi circostanti e crede di distinguere più mari. Alcune sue misurazioni sono imprecise, ma lo sguardo è quello di chi tenta di trasformare l’esperienza in conoscenza.
Non sta semplicemente celebrando la conquista di una cima. Sta cercando di descrivere un ambiente che, per gran parte dei suoi contemporanei, rimaneva ancora fuori dallo spazio conosciuto.
Il racconto perduto della prima salita del Gran Sasso
Un’impresa tanto straordinaria avrebbe potuto assicurare a De Marchi un posto immediato nella storia. Accadde invece il contrario.
Il suo racconto non fu pubblicato come opera autonoma. Rimase nascosto all’interno di un ampio trattato dedicato all’architettura militare, trasmesso attraverso manoscritti ed edizioni postume.
Gli studiosi delle fortificazioni erano interessati ai progetti tecnici, non alla salita del Monte Corno. I geografi, a loro volta, difficilmente si avventuravano tra le pagine dedicate all’ingegneria militare. Così la memoria dell’ascensione si indebolì, fino quasi a scomparire.
Quando Orazio Delfico raggiunse il Gran Sasso nel 1794, ignorava che De Marchi e i suoi compagni fossero arrivati sulla cima più di due secoli prima. Soltanto molto lentamente il racconto tornò alla luce.
Anche allora, però, rimaneva un problema: quando era avvenuta davvero la salita?
Una cifra corretta e una tradizione da riesaminare
Nel manoscritto autografo conservato a Firenze compare inizialmente l’anno 1573. Ma il numero presenta una correzione.
Secondo l’analisi di Dolcini, De Marchi aveva prima scritto il sette e successivamente lo aveva trasformato in un sei. La lettura finale sarebbe dunque 1563.
Andare contro una data ripetuta per decenni in libri, articoli e commemorazioni richiedeva però qualcosa di più di un’osservazione grafica. Era necessario seguire De Marchi attraverso lettere, manoscritti, lacune documentarie e copie settecentesche.
Il libro accompagna il lettore proprio lungo questo percorso. Da Firenze a Bologna, dalle Fiandre a Piacenza, ogni testimonianza aggiunge un elemento. La copia conservata nella Biblioteca dell’Archiginnasio restituisce inoltre alcuni capitoli perduti dell’autografo e conserva una dichiarazione essenziale: De Marchi afferma di essere stato personalmente sulla cima del Monte Corno.
Dolcini ricompone gli indizi con prudenza, senza trasformare la ricerca in una disputa. La sua è una lezione sul mestiere dello storico: le interpretazioni consolidate non devono essere difese per abitudine, ma verificate tornando ai documenti.
Il 1573 come errore della memoria
La soluzione proposta è tanto semplice quanto affascinante.
De Marchi avrebbe scritto la seconda redazione del proprio racconto nel 1573. Avendo in mente l’anno corrente, lo avrebbe riportato per distrazione anche all’inizio della cronaca dell’ascensione. Rileggendo il testo, si sarebbe accorto dell’errore e avrebbe corretto il sette in sei.
Sotto il 1573 tornava così a riemergere il 1563. Del giorno esatto si è perduta la memoria; rimangono il mese di agosto e la storia di sei uomini saliti verso una cima che sembrava irraggiungibile.
Un libro sulla scoperta della montagna
La prima salita del Gran Sasso. La vera data (1563) è un libro breve e denso, costruito attraverso documenti, immagini, manoscritti e testimonianze.
La data compare già nel titolo, ma il vero interesse risiede nel cammino che permette di raggiungerla.
Pagina dopo pagina, la ricerca di Carlo Dolcini restituisce profondità a una vicenda che rischiava di essere ridotta a una semplice curiosità cronologica. La montagna si rivela lentamente, insieme ai suoi nomi antichi, alle prime rappresentazioni geografiche e agli uomini che hanno tentato di attraversarla.
Al centro rimane Francesco De Marchi: non un eroe costruito a posteriori, ma una figura inquieta e concreta, capace di arrampicarsi dove non esistevano sentieri e di affidare alla scrittura ciò che aveva visto.
Il lettore conosce fin dall’inizio la conclusione dell’indagine. Ciò che ancora non conosce sono le strade percorse per arrivarci, gli errori che hanno confuso la memoria e le voci che riaffiorano dai manoscritti.
Ed è proprio lì, tra una cima raggiunta con mani e piedi e una cifra modificata con l’inchiostro, che comincia il viaggio del libro.

