Prima salita del Gran Sasso: un’indagine tra roccia e inchiostro

Prima salita del Gran Sasso: un’indagine tra roccia e inchiostro

Ci sono storie che sembrano appartenere alla montagna e altre che sembrano appartenere agli archivi. La prima salita del Gran Sasso raccontata da Carlo Dolcini appartiene a entrambe.

Da una parte ci sono il Monte Corno, antico nome del Gran Sasso, le rocce, la fatica della salita e sei uomini diretti verso una cima ancora priva di sentieri riconoscibili. Dall’altra ci sono manoscritti, copie, date da verificare e una memoria rimasta a lungo nascosta tra le pagine di un trattato di architettura militare.

È da questo incontro tra roccia e inchiostro che nasce La prima salita del Gran Sasso. La vera data (1563), il libro di Carlo Dolcini pubblicato da Panozzo Editore.

Francesco De Marchi davanti al Monte Corno

Francesco De Marchi non era un alpinista nel significato moderno del termine. Nel Cinquecento l’alpinismo non esisteva ancora e le montagne non erano considerate mete sportive o luoghi da conquistare per passione.

De Marchi era un uomo d’armi, un tecnico, un ingegnere militare, un osservatore curioso. Aveva imparato a leggere e scrivere da adulto e aveva vissuto a lungo al servizio delle corti italiane ed europee.

La sua vita fu attraversata da esperienze fuori dal comune. Prima della salita al Gran Sasso, si era immerso nel lago di Nemi con uno scafandro preparato personalmente, nel tentativo di osservare da vicino le vestigia di una nave romana. La stessa curiosità lo avrebbe spinto verso il Corno Grande.

Il Monte Corno rappresentava per lui una domanda aperta. Voleva vederlo, misurarlo, comprenderlo. Non gli bastavano le descrizioni altrui: desiderava verificare con i propri occhi ciò che gli scrittori avevano lasciato nell’incertezza.

Una montagna senza sentieri

Il racconto della salita conserva ancora oggi una forza sorprendente.

De Marchi arriva nell’area di Assergi insieme a Cesare Schiafinato e Diomede dell’Aquila. Per proseguire verso la cima occorre qualcuno che conosca la montagna. Le voci parlano di cacciatori già saliti lassù, ma soltanto uno viene individuato: Francesco di Assergi.

Il cacciatore conosce i passaggi e le difficoltà del massiccio. Non sembra desideroso di tornare verso la cima, ma alla fine accetta di accompagnare il gruppo. Alla spedizione si uniscono anche Simone e Giovampietro Di Giulio.

Sono sei uomini con esperienze e condizioni sociali diverse, uniti davanti a un ambiente che non offre indicazioni, rifugi, strade o sentieri attrezzati.

Arrivati a Campo Pericoli, il gruppo deve scegliere dove passare. La montagna non concede un accesso evidente. Si prova una direzione, si torna indietro, si cerca un’altra via. La pietra è fragile, la neve rimane nei canaloni e in alcuni punti bisogna avanzare aiutandosi con mani e piedi.

La guida e il capitano

Uno dei passaggi più intensi del racconto riguarda il rapporto tra Francesco di Assergi e Francesco De Marchi.

La guida conosce la montagna perché l’ha già frequentata. Il capitano, invece, possiede la capacità di trasformare l’esperienza in memoria scritta. Senza il primo, la salita sarebbe stata molto più difficile. Senza il secondo, forse non sarebbe entrata nella storia.

Quando Francesco di Assergi decide di continuare, De Marchi gli risponde con una frase che riassume lo spirito dell’impresa:

«Dove tu anderai venirò anc’io».

In quelle parole non c’è soltanto il coraggio del singolo. C’è la fiducia nella guida, la consapevolezza del rischio e la decisione di proseguire in un luogo nel quale non esiste ancora un linguaggio moderno dell’alpinismo.

Una vetta sospesa sopra il mondo

La cima viene raggiunta dopo ore di salita faticosa.

Dall’alto, De Marchi ha la sensazione di trovarsi sospeso sopra il mondo. Osserva il paesaggio, guarda le montagne circostanti, registra la presenza della neve e del ghiaccio, cerca di trasformare ciò che vede in conoscenza.

Il suo sguardo è concreto. Non descrive la montagna come semplice allegoria o come scenario letterario. La osserva come un uomo abituato a valutare terreni, passaggi, pendenze e ostacoli.

È anche per questo che la sua testimonianza è così importante: racconta il Gran Sasso prima dell’alpinismo moderno, prima che la montagna diventasse una meta organizzata, prima che lo sguardo europeo imparasse a considerarla uno spazio da esplorare, rappresentare e studiare.

Il racconto nascosto della prima salita

Una vicenda tanto straordinaria avrebbe potuto assicurare subito a Francesco De Marchi un posto stabile nella storia della montagna. Accadde invece il contrario.

Il racconto della salita non circolò come testo autonomo. Rimase legato a un vasto trattato di architettura militare, trasmesso attraverso manoscritti, copie ed edizioni postume.

Gli studiosi interessati alle fortificazioni cercavano disegni, tecniche e soluzioni militari. Chi si occupava di geografia o di montagna difficilmente si avventurava dentro quelle pagine. Così la memoria dell’impresa si indebolì e la sua ricostruzione divenne, nei secoli, tutt’altro che semplice.

Il libro di Carlo Dolcini nasce proprio da questo punto: tornare ai testi, rileggere le fonti, distinguere ciò che è stato tramandato da ciò che i documenti permettono di verificare.

Un libro sulla montagna e sulla ricerca storica

La prima salita del Gran Sasso. La vera data (1563) è un saggio breve, denso e illustrato.

Il lettore conosce fin dal titolo la nuova data proposta da Carlo Dolcini. Ciò che ancora non conosce è il percorso necessario per arrivarci: le tracce lasciate da De Marchi, la complessa storia del suo testo, le testimonianze conservate e il lavoro critico che permette di rileggere una tradizione accolta per secoli.

Il volume non riduce la vicenda a una curiosità cronologica. Restituisce profondità a una storia fatta di uomini, montagne, manoscritti e memoria.

Al centro rimane Francesco De Marchi: non un eroe costruito a posteriori, ma una figura concreta e inquieta, capace di salire dove non esistevano percorsi riconoscibili e di affidare alla scrittura ciò che aveva visto.

Per approfondire

Quando avvenne davvero la prima salita del Gran Sasso: nel 1563 o nel 1573?

Scopri il contesto storico, i protagonisti e il dibattito sulla nuova datazione nel nostro dossier sulla prima salita del Gran Sasso.

Per seguire l’indagine completa di Carlo Dolcini, visita la scheda del libro La prima salita del Gran Sasso. La vera data (1563).

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