Nel marzo-aprile 2016 Silvana Giugli tornò sulle pagine di Ariminum a occuparsi delle ricerche di Arnaldo Pedrazzi sulla città scomparsa.
Il titolo scelto per la recensione, “Spigolature della memoria”, sintetizzava bene la funzione attribuita al nuovo libro: raccogliere gli ultimi frammenti di un lungo percorso dedicato alla memoria urbana riminese.
Il volume recensito era La Rimini che non c’è più. Spigolature, pubblicato da Panozzo Editore nel 2015. Non un nuovo inizio, ma il momento conclusivo di una ricerca avviata più di dieci anni prima.
La recensione di Spigolature su Ariminum
Giugli apre il proprio articolo richiamando esplicitamente i due libri precedenti e presenta Spigolature come il loro naturale coronamento.
Il significato del titolo scelto da Pedrazzi sta proprio qui. Dopo avere affrontato in due differenti volumi numerosi aspetti della Rimini perduta, erano rimasti argomenti che non avevano trovato posto nelle precedenti ricerche.
Il terzo libro nasce per recuperarli e impedire che quelle tracce della città finissero per allontanarsi definitivamente dalla memoria delle generazioni successive.
La recensione non presenta dunque Spigolature come una semplice appendice. Al contrario, lo considera la conclusione di un itinerario coerente, nel quale ogni nuovo volume ha ampliato il campo della ricerca senza ripetere quello precedente.
Perché “spigolature”
Il termine richiama il gesto di raccogliere ciò che è rimasto dopo una prima raccolta.
È una metafora particolarmente adatta al lavoro conclusivo di Pedrazzi: tornare sulla città già indagata per recuperare edifici, strutture e vicende rimasti ai margini delle pubblicazioni precedenti.
La descrizione editoriale del volume parla di diciotto nuovi capitoli. È un dato utile per comprendere l’ampiezza del lavoro, ma non è necessario trasformarlo in un indice pubblico dei contenuti.
Il valore del libro sta infatti anche nella progressiva scoperta delle singole storie attraverso la documentazione scelta dall’autore. Per questo non vengono qui anticipati l’elenco completo dei luoghi, le loro vicende o le conclusioni delle diverse ricostruzioni.
Ci interessa piuttosto il modo in cui Giugli interpreta il significato complessivo di questo ultimo passaggio.
Un coronamento della ricerca sulla Rimini scomparsa
La recensora definisce il terzo volume il degno coronamento dei precedenti.
È un giudizio significativo perché consente di leggere retrospettivamente l’intero percorso. Il lavoro iniziato nel 2003 non appare più come una successione occasionale di pubblicazioni, ma come una ricerca sviluppata nel tempo intorno a una questione precisa: conservare memoria del patrimonio urbano che la Rimini contemporanea non permette più di vedere.
I rapporti fra i tre libri e le differenti funzioni assunte da ciascun volume sono ricostruiti nell’approfondimento Tre libri per ritrovare la Rimini scomparsa: il progetto di Arnaldo Pedrazzi.
La recensione del 2016 svolge invece un compito diverso: testimonia come l’ultima tappa del progetto venne accolta al momento della pubblicazione.
Una storia urbana che non coincide soltanto con i monumenti
Uno degli elementi messi in evidenza da Giugli è l’ampiezza della città osservata da Pedrazzi.
Nel corso delle sue ricerche lo sguardo si era progressivamente spostato oltre i soli monumenti più noti, coinvolgendo edifici pubblici e privati e altre strutture che avevano contribuito alla vita quotidiana della città.
È un passaggio importante perché modifica il concetto stesso di memoria urbana.
La storia di Rimini non è composta soltanto dai grandi monumenti ancora riconoscibili. È costituita anche da edifici meno celebri, attività, funzioni e spazi che per decenni furono perfettamente familiari ai cittadini e che successivamente scomparvero dal paesaggio.
Il lavoro di Pedrazzi cerca di riportare quelle presenze dentro la storia cittadina senza trasformarle in semplici curiosità.
Il “piccone facile” nella lettura di Silvana Giugli
Anche in questa recensione ritorna un tema che Giugli aveva già individuato occupandosi delle precedenti ricerche di Pedrazzi.
La scomparsa della vecchia Rimini non viene ricondotta esclusivamente alla Seconda guerra mondiale.
Le distruzioni belliche rappresentarono naturalmente una cesura drammatica, ma la trasformazione del patrimonio urbano proseguì anche negli anni successivi. Giugli richiama in questo contesto quella che definisce la “moda del piccone facile”: la scelta di eliminare strutture precedenti per adattare rapidamente la città a nuove esigenze e nuovi modelli urbanistici.
È importante attribuire correttamente questa espressione alla recensora. Non costituisce il titolo di una teoria formulata da Pedrazzi, ma una delle chiavi attraverso le quali Giugli legge il materiale raccolto dall’autore.
Il risultato è una riflessione che supera la semplice contrapposizione fra una città antica e una città moderna. A interessare è soprattutto il processo attraverso il quale Rimini ha modificato nel tempo il proprio volto.
Ricordare una città diversa da quella turistica
Giugli insiste anche su un'altra considerazione.
L’immagine contemporanea di Rimini è inevitabilmente legata al turismo, agli alberghi, alla spiaggia e al divertimento. Ma questa identità, per quanto fondamentale, non esaurisce la storia urbana della città.
Dietro il paesaggio moderno esiste una stratificazione molto più lunga, formata da architetture e funzioni che appartenevano a una Rimini profondamente diversa.
È proprio questa consapevolezza che la recensione attribuisce al lavoro di Pedrazzi: far conoscere alle generazioni che non hanno visto quella città la presenza di una storia urbanistica più complessa di quanto il paesaggio contemporaneo possa suggerire.
Il punto non è quindi ricostruire nostalgicamente un passato ideale, ma riconoscere ciò che il presente ha sostituito.
Memoria e documentazione
La recensione apprezza inoltre il modo scelto da Pedrazzi per accompagnare il lettore attraverso questa materia.
Il racconto non si fonda soltanto sulla descrizione. Documentazione storica e apparato iconografico consentono di collocare le vicende all’interno della città e di osservare il rapporto fra le strutture scomparse e gli spazi che successivamente ne hanno preso il posto.
Non riproduciamo qui questi confronti né le informazioni specifiche dedicate ai singoli casi. Sono parte integrante dell’esperienza di lettura del volume e costituiscono precisamente ciò che un articolo di presentazione non deve sostituire.
Ciò che la recensione permette invece di conservare è la percezione contemporanea del metodo: un lavoro paziente di recupero della memoria attraverso tracce materiali e documentarie.
Il punto finale di un percorso durato oltre un decennio
Con Spigolature Pedrazzi chiude dunque il percorso specificamente dedicato alla Rimini che non c’è più.
Questo non significa che la città scomparsa esaurisca l’intera produzione dello studioso. Negli stessi anni Pedrazzi ha lavorato anche sul patrimonio sopravvissuto e su altri aspetti della storia materiale del territorio riminese.
Ma il volume del 2015 possiede una funzione precisa: raccogliere quanto era rimasto fuori e portare a compimento il progetto iniziato con il primo libro.
“Spigolature della memoria” è quindi una fonte particolarmente utile perché registra il momento nel quale quel lungo percorso poteva essere finalmente osservato nella sua interezza.
Una recensione, non un riassunto del libro
La funzione di questo approfondimento è volutamente limitata.
Non abbiamo ricostruito i diciotto capitoli, non abbiamo anticipato le singole vicende e non abbiamo trasformato le informazioni raccolte da Pedrazzi in una guida autonoma ai luoghi del libro.
La recensione di Silvana Giugli interessa qui per un'altra ragione: permette di documentare come il volume conclusivo venne interpretato nel 2016 e quale significato fosse ormai attribuito all’intero percorso sulla Rimini scomparsa.
Silvana Giugli, “Spigolature della memoria”, Ariminum, marzo-aprile 2016. La rivista è consultabile nell’archivio di Ariminum.
Per approfondire
La Rimini che non c’è più. Spigolature è oggi esaurito. La scheda del volume rimane online nel catalogo Panozzo Editore per documentare l’opera e la sua posizione nel percorso di Arnaldo Pedrazzi.
Chi desidera esplorare oggi, attraverso un volume disponibile, il paesaggio urbano riminese precedente alla grande frattura della guerra può proseguire con La città perduta. Itinerari alla ricerca di una Rimini scomparsa.
Pubblicato da Panozzo Editore, La città perduta ricostruisce la Rimini dell’estate 1939 attraverso un progetto autonomo per autore e impostazione: una città osservata alla vigilia delle distruzioni che ne avrebbero modificato profondamente il volto.
Il collegamento con il lavoro di Pedrazzi non è quindi quello fra un originale e una sua continuazione, ma fra due differenti modi di interrogare la Rimini che non è più possibile vedere.
