“A i cavèm i zampét?”: significato dell’espressione riminese

Significato dell’espressione riminese A i cavèm i zampét

«A i cavèm i zampét?» è una domanda del dialetto riminese che può essere tradotta con “riusciremo a cavarcela?”, “ne usciremo vivi?” oppure “riusciremo a superare questa situazione?”.

L’espressione indica la speranza di uscire da una difficoltà, anche quando il pericolo è serio e il risultato non appare ancora sicuro. Nell’ambulatorio medico diventa la domanda del paziente che vuole conoscere la prognosi, ma che cerca soprattutto una rassicurazione.

Gianni Morolli l’ha scelta come titolo del libro Dutór, a i cavèm i zampét? Malattie e malanni in gergo riminese, dedicato alle parole e ai modi di dire ascoltati durante la propria attività di medico a Rimini.

Che cosa significa “a i cavèm i zampét?”

Nel piccolo dizionario raccolto da Morolli, l’espressione cavè i zampét viene spiegata come “uscirne vivi” o “riuscire a farcela per il rotto della cuffia”.

La domanda «A i cavèm i zampét?» viene quindi pronunciata quando una persona teme di trovarsi in una situazione difficile e vuole sapere se sarà possibile superarla.

Nel contesto dell’ambulatorio il significato è immediato: il paziente chiede al medico se la malattia può essere affrontata, se le cure funzioneranno o se il disturbo temuto è meno grave di quanto sembri.

L’espressione può tuttavia essere utilizzata anche al di fuori della medicina. Come molti modi di dire, passa da una situazione concreta a un significato più generale e può riferirsi a qualsiasi difficoltà dalla quale si spera di uscire indenni.

La traduzione in italiano

Non esiste una sola traduzione capace di restituire tutte le sfumature della domanda. A seconda del contesto, «A i cavèm i zampét?» può corrispondere a:

  • “riusciremo a cavarcela?”;
  • “ce la faremo?”;
  • “ne usciremo vivi?”;
  • “riusciremo a venirne fuori?”;
  • “andrà tutto bene?”.

La resa “ne usciremo vivi?” esprime con particolare efficacia la componente più drammatica della frase. “Ce la faremo?” mette invece in evidenza la speranza e il bisogno di incoraggiamento.

Nel libro le due dimensioni convivono. Il paziente ha paura che possa accadere qualcosa di grave, ma si rivolge al medico proprio perché spera che esista ancora una possibilità di risolvere il problema.

Perché si dice “cavare i piedi”

L’immagine alla base del modo di dire è molto concreta. “Cavare” significa tirare fuori, liberare o estrarre; i zampét sono letteralmente i piedini.

Cavare i piedi da una situazione significa quindi riuscire a liberarsene e a uscirne ancora in grado di camminare. L’immagine corporea rende immediatamente comprensibile il passaggio dal pericolo alla salvezza.

La forza dell’espressione deriva proprio dalla sua concretezza. Invece di formulare una domanda astratta sull’esito della malattia, il paziente immagina di trovarsi dentro una difficoltà dalla quale deve riuscire a tirarsi fuori.

È una caratteristica frequente del linguaggio popolare: il corpo, gli animali e gli oggetti quotidiani vengono impiegati per descrivere sensazioni e situazioni che il linguaggio tecnico esprimerebbe in modo molto diverso.

Una richiesta di prognosi e di rassicurazione

Nella prefazione del volume Morolli inserisce «A i cavèm i zampét?» fra le espressioni con cui il paziente domanda quale sarà l’evoluzione della propria malattia.

La domanda riguarda quindi la prognosi, ma non coincide con una semplice richiesta di informazioni cliniche. Chi la pronuncia vuole sapere se può ancora sperare, se deve preoccuparsi e se il medico considera possibile una soluzione.

Il linguaggio dialettale permette di esprimere questa paura senza formularla in modo solenne. L’immagine dei piedi da cavare introduce una componente ironica, ma non rende meno autentica la preoccupazione.

È proprio questo equilibrio fra timore e sorriso a caratterizzare molte delle frasi raccolte da Morolli: si parla di malattia e perfino di morte, ma lo si fa attraverso una lingua familiare, capace di creare vicinanza fra le persone.

Perché il paziente usa il plurale

Un elemento particolarmente significativo è contenuto nella forma stessa della domanda. Il paziente non chiede «A cav e zampét?», cioè se riuscirà lui da solo a farcela, ma utilizza la prima persona plurale: «A i cavèm i zampét?».

In un testo del 15 dicembre 2014, il Rotary Club Rimini Riviera osservava che quel plurale coinvolge immediatamente il medico nel destino del malato.

La domanda potrebbe essere tradotta non soltanto come “me la caverò?”, ma come “riusciremo insieme a venirne fuori?”. Il paziente affida al medico una parte della propria preoccupazione e gli chiede implicitamente di accompagnarlo.

Il plurale rivela così una concezione della cura fondata sulla relazione. Il medico possiede le conoscenze e propone gli accertamenti o le terapie; il paziente racconta ciò che sente e collabora al percorso. Entrambi, pur con ruoli diversi, sono coinvolti nell’esito sperato.

Questo aspetto è approfondito nell’articolo Gianni Morolli in libreria: il medico, il dialetto e la fiducia dei pazienti.

Dalla voce dei pazienti al titolo del libro

Morolli non ha inventato l’espressione per costruire un titolo efficace. L’ha riconosciuta all’interno del linguaggio realmente utilizzato dai pazienti riminesi.

Nell’intervista pubblicata dal Resto del Carlino l’11 dicembre 2014, l’autore spiegava che la frase esprime la paura della persona malata davanti a qualcosa di brutto che potrebbe accadere.

Durante più di trent’anni di attività medica, Morolli aveva ascoltato migliaia di pazienti e conservato nella memoria numerose parole ed espressioni. La nascita del volume è raccontata nell’approfondimento Trent’anni di frasi dei pazienti riminesi: Gianni Morolli racconta il suo libro.

Fra tutte le formule raccolte, «A i cavèm i zampét?» possedeva caratteristiche particolarmente adatte a rappresentare l’intera opera: è immediatamente riminese, fa sorridere, nasce nell’ambulatorio e racchiude il rapporto fra medico e paziente.

Un’espressione del gergo riminese della salute

La domanda appartiene a un insieme più vasto di parole con cui i riminesi hanno raccontato il corpo, i dolori, la vecchiaia e la paura della malattia.

Questo linguaggio non coincide interamente con il dialetto tradizionale. Comprende anche termini italiani modificati dalla pronuncia locale, soprannomi, riferimenti alla città e modi di dire tramandati all’interno delle famiglie.

La pagina Il gergo riminese della salute: parole, malanni e memoria nell’ambulatorio presenta questo patrimonio linguistico e raccoglie gli approfondimenti dedicati al libro.

L’articolo sul significato del titolo mantiene invece un compito più circoscritto: spiegare la traduzione e il valore umano di una sola espressione, senza anticipare il repertorio conservato nel volume.

Una domanda ironica, ma non superficiale

«A i cavèm i zampét?» può suscitare un sorriso, soprattutto in chi riconosce il ritmo e l’immagine del dialetto riminese. Dietro l’ironia rimane però una domanda seria.

Il paziente teme di non riuscire a superare un problema e cerca una risposta capace di restituirgli fiducia. Il dialetto gli consente di esprimere la propria fragilità senza abbandonare completamente la leggerezza.

La frase riunisce così alcuni degli elementi centrali del libro di Morolli: la paura della malattia, la concretezza del linguaggio popolare, la familiarità fra medico e paziente e la capacità riminese di affrontare le difficoltà con una battuta.

Per approfondire

La pagina Il gergo riminese della salute: parole, malanni e memoria nell’ambulatorio introduce il rapporto fra medicina, dialetto e identità locale.

Nell’articolo Trent’anni di frasi dei pazienti riminesi: Gianni Morolli racconta il suo libro è ricostruita la lunga raccolta delle parole ascoltate dall’autore durante l’attività medica.

Il rapporto di fiducia espresso dal plurale del titolo è approfondito in Gianni Morolli in libreria: il medico, il dialetto e la fiducia dei pazienti.

Il repertorio completo delle espressioni riminesi legate al corpo, alla salute e alla malattia è raccolto nel libro Dutór, a i cavèm i zampét? Malattie e malanni in gergo riminese di Gianni Morolli.

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