Per più di trent’anni Gianni Morolli ha ascoltato nel proprio ambulatorio le parole con cui i pazienti riminesi descrivevano dolori, acciacchi, paure e speranze di guarigione.
Espressioni dialettali, parole italiane trasformate dalla pronuncia locale e modi di dire nati dalla vita quotidiana si sono sedimentati nella sua memoria fino a diventare il materiale di Dutór, a i cavèm i zampét? Malattie e malanni in gergo riminese.
In un’intervista pubblicata dal Resto del Carlino l’11 dicembre 2014, in occasione dell’uscita del volume, Morolli raccontava la lunga gestazione del libro e il rapporto fra la professione medica, il dialetto e le storie ascoltate dai pazienti.
Trent’anni nell’ambulatorio di un medico riminese
Il libro nasce da un’esperienza professionale durata decenni. Nell’articolo del Resto del Carlino, Morolli viene presentato come medico di famiglia da più di trent’anni, durante i quali aveva incontrato migliaia di persone.
Nel corso delle visite aveva ascoltato frasi che non appartenevano alla terminologia scientifica, ma alla lingua della famiglia e della comunità. I pazienti utilizzavano immagini, paragoni, deformazioni linguistiche e parole dialettali per spiegare ciò che sentivano.
Alcune espressioni si erano impresse nella memoria del medico per la loro efficacia, per l’ironia o per la capacità di riassumere in poche parole uno stato d’animo complesso.
Non si trattava soltanto di modi curiosi per indicare una malattia. Dietro ogni frase potevano nascondersi la paura di una diagnosi grave, la richiesta di una rassicurazione o il desiderio di coinvolgere il medico nella propria preoccupazione.
Il significato del titolo
Il titolo del libro riprende una delle domande che un paziente poteva rivolgere al medico: «Dutór, a i cavèm i zampét?».
Morolli spiegava al giornale che questa espressione traduce la paura della persona malata di fronte alla possibilità che stia per accadere qualcosa di serio. In italiano può essere resa con formule come “ce la faremo?”, “riusciremo a uscirne?” o “riusciremo a cavarcela?”.
La frase è ironica, ma non superficiale. Racchiude l’incertezza di chi attende una diagnosi e cerca di capire se il proprio disturbo sia passeggero oppure preoccupante.
La scelta del plurale è particolarmente significativa: il paziente non chiede soltanto che cosa accadrà a lui, ma sembra coinvolgere il medico nella stessa sfida. La cura viene rappresentata come un percorso condiviso.
Un libro nato davanti a un piatto di tagliatelle
Nell’intervista Morolli racconta che l’idea di raccogliere queste espressioni gli venne a tavola, durante una conversazione con gli amici davanti a un piatto di tagliatelle.
Quello che inizialmente poteva sembrare un gioco conviviale diventò progressivamente un progetto editoriale. Le frasi ricordate dovevano essere selezionate, ordinate, trascritte e spiegate, cercando di conservare la naturalezza con cui erano state pronunciate.
La nascita del libro riflette così lo stesso spirito che attraversa le sue pagine: la cultura riminese raccontata attraverso la conversazione, la tavola, il dialetto e il piacere di condividere una storia.
Il tono leggero non elimina il valore documentario della raccolta. Al contrario, permette di conservare un patrimonio linguistico senza trasformarlo in una trattazione distante dalla vita reale.
La lingua degli affetti e della vita quotidiana
Morolli definisce il dialetto come una lingua legata agli affetti e alla familiarità. Nell’ambulatorio, il paziente può conoscere perfettamente l’italiano, ma scegliere comunque una parola riminese perché gli appare più immediata e precisa.
Il linguaggio scientifico serve al medico per classificare il disturbo. Il linguaggio popolare serve invece al paziente per raccontare come lo vive.
Una stessa espressione può indicare contemporaneamente un sintomo, una preoccupazione e un giudizio sul proprio stato di salute. Il medico deve quindi interpretare non soltanto il significato letterale delle parole, ma anche ciò che esse comunicano sul piano emotivo.
Nel libro questa distanza fra lingua medica e lingua quotidiana diventa una delle principali fonti di ironia. Le deformazioni dei termini scientifici, i paragoni e i modi di dire non vengono però ridicolizzati. Morolli li restituisce con affetto, come parte di un rapporto costruito nel tempo.
Gli aneddoti dei pazienti
L’articolo del Resto del Carlino riporta alcuni episodi che mostrano l’efficacia del gergo riminese nell’esprimere timori e convinzioni.
Una paziente anziana, visitata per una polmonite, temeva che dentro di lei ci fosse un «bagaroun», uno scarafaggio: un’immagine utilizzata per indicare qualcosa di brutto o preoccupante.
In un altro episodio, un paziente aveva effettuato degli esami senza che emergesse nulla di significativo. Quando il medico lo dissuase dal sottoporsi a un’ulteriore risonanza, l’uomo interpretò il diniego come una conferma della propria paura e concluse amaramente di aver capito che doveva morire.
Queste storie fanno sorridere, ma mostrano anche quanto la paura possa condizionare il modo in cui il paziente ascolta le parole del medico.
La battuta diventa una forma di difesa, un modo per esprimere l’ansia senza rinunciare all’ironia.
Dal padre medico alla figlia medico
Nell’intervista emerge anche la continuità della professione medica nella famiglia Morolli.
Gianni Morolli racconta di avere ereditato il mestiere dal padre. Per molti pazienti più anziani era quindi «e’ fiól d’Murolli», il figlio di Morolli.
Con il passare degli anni, la prospettiva si è nuovamente trasformata: anche sua figlia è diventata medico e lui ha iniziato a essere riconosciuto come il padre della dottoressa Morolli.
Questa successione generazionale aggiunge un significato particolare al libro. Il linguaggio raccolto nell’ambulatorio appartiene infatti non soltanto alla memoria personale dell’autore, ma anche a una tradizione familiare legata alla medicina e alla città.
La ricerca sul dialetto riminese
Il carattere divertente del volume non significa che la trascrizione delle parole sia stata lasciata all’improvvisazione.
Morolli dichiarava di essersi avvalso, per le ricerche sul dialetto, del lavoro di Gianni Quondamatteo. Nel libro viene infatti citato il Dizionario romagnolo (ragionato), utilizzato come riferimento generale per la pronuncia e la grafia.
L’autore avverte inoltre che il dialetto cambia da una località all’altra e che le varianti possono essere presenti anche all’interno della stessa città.
Il repertorio non pretende quindi di fissare una sola forma definitiva, ma documenta una lingua viva, pronunciata in modi differenti dai pazienti incontrati durante la pratica professionale.
Un piccolo dizionario della Rimini quotidiana
Dutór, a i cavèm i zampét? non è soltanto un libro sulle malattie. Attraverso il gergo dell’ambulatorio racconta il modo in cui i riminesi percepiscono il corpo, affrontano la paura e reagiscono alle avversità.
Le frasi ascoltate da Morolli conservano una parte della mentalità e dell’umorismo locale. Dietro il termine deformato, il paragone e l’esagerazione si trovano persone reali che cercano di spiegare al medico ciò che sentono.
Il valore del libro consiste proprio in questa autenticità. Le parole non sono state inventate per costruire un repertorio pittoresco: provengono da decenni di incontri e conversazioni avvenuti nell’ambulatorio.
Per approfondire
Il rapporto fra dialetto, medicina e memoria collettiva è ricostruito nella pagina principale Il gergo riminese della salute: parole, malanni e memoria nell’ambulatorio.
La pagina riunisce i diversi percorsi dedicati al libro: la recensione pubblicata su Ariminum, la lettura del Rotary Club Rimini Riviera e l’approfondimento sul significato dell’espressione «a i cavèm i zampét?».
Il repertorio completo delle parole e dei modi di dire raccolti da Gianni Morolli è contenuto nel volume Dutór, a i cavèm i zampét? Malattie e malanni in gergo riminese.
