Dutór, a i cavèm i zampét? su Ariminum: la recensione di Silvana Giugli

Recensione di Silvana Giugli su Ariminum al libro di Gianni Morolli

Nel numero di maggio-giugno 2015 della rivista Ariminum, Silvana Giugli dedicò una recensione a Dutór, a i cavèm i zampét? Malattie e malanni in gergo riminese, il libro nel quale Gianni Morolli ha raccolto parole e modi di dire ascoltati durante la propria attività medica.

La recensione, intitolata Malattie e malanni in gergo riminese, non presenta il volume come un semplice elenco di curiosità dialettali. Vi riconosce piuttosto un recupero della mentalità, dell’ironia e del modo con cui i riminesi di un tempo affrontavano anche le difficoltà legate alla salute.

Attraverso la lettura di Silvana Giugli, il piccolo dizionario di Morolli appare così come una testimonianza della lingua parlata e della memoria di una comunità.

La recensione di Ariminum al libro di Gianni Morolli

L’articolo apparso su Ariminum fu pubblicato pochi mesi dopo la prima edizione del libro, uscita nel dicembre 2014 per Panozzo Editore nella collana Quaderni di Ariminum.

Silvana Giugli individua subito la particolare origine dell’opera. Il repertorio non nasce da uno studio linguistico concepito a tavolino, ma dalle espressioni che Gianni Morolli aveva ascoltato dai pazienti nel corso della propria esperienza professionale.

La recensione pone quindi al centro non soltanto il dialetto, ma le persone che lo utilizzavano. Dietro una parola o una frase pronunciata nello studio del medico potevano trovarsi la descrizione di un sintomo, la paura di una malattia e il bisogno di ricevere una rassicurazione.

È questa origine concreta a rendere il libro diverso da un comune vocabolario: le parole raccolte appartengono a situazioni realmente vissute e conservano il tono del dialogo fra medico e paziente.

Un libro nato davanti a un piatto di tagliatelle

Silvana Giugli apre la recensione ricordando quanto spesso, attorno a una tavola, siano nate idee, decisioni e soluzioni inattese. Anche il libro di Morolli ebbe origine in un contesto conviviale.

L’ispirazione arrivò infatti durante un incontro con gli amici, davanti a un piatto di tagliatelle. La giornalista evoca persino quelle della mitica Grotta Rossa, luogo rimasto nella memoria gastronomica riminese, per sottolineare il carattere profondamente locale del racconto.

Fu in quell’occasione che le frasi ascoltate durante tanti anni di attività medica cominciarono a essere considerate come il possibile materiale di un libro. Il progetto nacque, nelle parole ricordate dalla recensione, soprattutto per gioco e per il piacere di sorridere insieme.

La leggerezza dell’origine non deve però trarre in inganno. Trasformare quelle espressioni in un volume richiese di selezionarle, ordinarle, stabilirne la grafia e accompagnarle con spiegazioni capaci di renderle comprensibili anche a chi non conosce perfettamente il dialetto riminese.

La nascita e la lunga preparazione del libro sono raccontate più estesamente nell’articolo Trent’anni di frasi dei pazienti riminesi: Gianni Morolli racconta il suo libro.

Un “revival” delle espressioni dialettali riminesi

Per descrivere l’opera di Morolli, Silvana Giugli utilizza la parola “revival”. Le voci raccolte riportano infatti alla luce un linguaggio che apparteneva soprattutto alle generazioni più anziane e che rischiava progressivamente di essere dimenticato.

Non si tratta, tuttavia, di parole conservate come reperti isolati. Nella lettura proposta da Ariminum, anche le espressioni più brevi e apparentemente semplici racchiudono una particolare visione della vita.

Nel modo di raccontare un dolore, un acciacco o una preoccupazione si riconoscono la mentalità, la filosofia quotidiana e la vivacità dei vecchi riminesi. La lingua diventa così una testimonianza non soltanto linguistica, ma anche sociale e umana.

Questo è uno dei motivi per cui il volume può essere apprezzato anche da chi non utilizza abitualmente il dialetto. Il lettore può ritrovare una parola ascoltata in famiglia oppure riconoscere il modo di reagire e di raccontarsi di una generazione precedente.

Il repertorio completo resta affidato al libro. La recensione ne mette invece in evidenza il significato culturale: salvare quelle espressioni significa conservare una parte della memoria di Rimini.

L’ironia riminese davanti alla malattia

Uno degli aspetti maggiormente valorizzati da Silvana Giugli è la capacità dei riminesi ricordati nel volume di affrontare le avversità senza rinunciare al sorriso.

Le difficoltà legate alla salute possono essere fra le più dolorose. Eppure il dialetto consente di esprimere paura, sconforto e fatalismo attraverso immagini e battute capaci di alleggerire almeno momentaneamente la situazione.

L’ironia non cancella la preoccupazione e non trasforma la malattia in qualcosa di irrilevante. Permette però al paziente di parlarne in una lingua familiare e di stabilire una forma di complicità con il medico.

La recensione sottolinea proprio questa capacità di affrontare le difficoltà con uno spirito apparentemente tranquillo e sereno. Dietro la battuta può rimanere un timore autentico, ma la forza del dialetto consiste nel riuscire comunque a strappare un sorriso.

Il libro registra questa forma di umorismo senza deridere chi pronuncia le frasi. Lo sguardo del medico rimane partecipe: riconosce la comicità delle espressioni, ma anche il bisogno di ascolto e rassicurazione che spesso le accompagna.

Il significato del titolo nella recensione di Silvana Giugli

Anche il titolo del libro nasce da una domanda rivolta al medico. Nella recensione, Silvana Giugli rende l’espressione «Dutór, a i cavèm i zampét?» con il significato di “Dottore, riuscirò a farcela?”.

La frase contiene la richiesta di una prognosi, ma comunica soprattutto il timore di non riuscire a superare una malattia o una situazione difficile.

La sua forza deriva dal contrasto fra la serietà della preoccupazione e il carattere concreto e immediatamente riconoscibile dell’immagine dialettale. Per questo il titolo riesce a rappresentare l’intero volume senza anticiparne il repertorio.

Il significato linguistico e umano dell’espressione sarà oggetto di un approfondimento autonomo all’interno del percorso dedicato al libro.

Le poesie dialettali di Mazzotti e Baldini

La recensione di Ariminum richiama anche una componente importante del volume: le sei poesie dialettali di argomento medico inserite fra le voci del dizionario.

Quattro componimenti sono di Valderico Vittorio Mazzotti e due di Raffaello Baldini. I testi sono accompagnati dalla traduzione italiana, così da poter essere letti anche da chi non possiede una conoscenza approfondita del dialetto.

Le poesie ampliano la prospettiva del libro. Il rapporto con la malattia, gli esami, le cure, la vecchiaia e la morte non appartiene soltanto alle conversazioni dell’ambulatorio, ma è entrato anche nella letteratura dialettale.

Silvana Giugli osserva che questi componimenti nascono da riflessioni spontanee e si concludono spesso con una battuta o una stoccata ironica. È però un umorismo “a denti stretti”, nel quale il sorriso convive con la consapevolezza della fragilità umana.

La recensione non anticipa estesamente i testi poetici, ma ne riconosce la funzione: interrompere e arricchire la successione delle voci, mostrando la capacità espressiva del dialetto riminese anche nella poesia.

Un libro che potrebbe trovare imitatori

Nella conclusione dell’articolo, Silvana Giugli formula un auspicio originale. Il lavoro compiuto da Morolli potrebbe trovare imitatori anche in altre professioni.

Ogni mestiere sviluppa infatti un proprio patrimonio di parole, battute, aneddoti e modi di dire. Raccoglierli permetterebbe di conservare altri aspetti della vita quotidiana e del linguaggio riminese.

La giornalista immagina quindi che un altro riminese possa un giorno raccontare i ricordi della propria professione, magari ancora una volta davanti a un piatto della cucina locale.

Questa osservazione conclusiva aiuta a comprendere il valore attribuito al libro: non soltanto un’opera divertente, ma un possibile modello per salvare forme di memoria orale legate ai mestieri e alle relazioni umane.

La lettura di Ariminum e il valore del libro

La recensione di Silvana Giugli coglie il punto centrale di Dutór, a i cavèm i zampét?: le espressioni raccolte fanno sorridere, ma il loro interesse non si esaurisce nella comicità.

Quelle parole conservano il modo con cui una parte della comunità riminese raccontava il corpo, affrontava la paura e cercava nel medico una risposta. La lingua dell’ambulatorio diventa così una forma di memoria cittadina.

L’articolo pubblicato su Ariminum svolge una funzione diversa dalla descrizione editoriale del volume. Non ne riassume tutte le voci e non sostituisce la lettura del dizionario, ma mette in evidenza il valore culturale, umano e letterario del progetto di Gianni Morolli.

L’articolo originale su Ariminum

Qui sotto è possibile consultare e scaricare la riproduzione dell’articolo originale di Silvana Giugli, pubblicato sulla rivista Ariminum nel numero di maggio-giugno 2015.

Per approfondire

La pagina Il gergo riminese della salute: parole, malanni e memoria nell’ambulatorio presenta il rapporto fra dialetto, medicina e identità locale e raccoglie gli approfondimenti dedicati al volume.

Nell’articolo Trent’anni di frasi dei pazienti riminesi: Gianni Morolli racconta il suo libro è ricostruita la nascita dell’opera attraverso l’intervista rilasciata dall’autore al Resto del Carlino nel dicembre 2014.

Il repertorio delle parole e delle espressioni raccolte nell’ambulatorio, insieme alle spiegazioni dell’autore e alle poesie dialettali, è disponibile nel libro Dutór, a i cavèm i zampét? Malattie e malanni in gergo riminese.

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