Entrare nello studio del medico significa cercare di trasformare in parole qualcosa che non sempre è facile descrivere: un dolore, una debolezza, una sensazione insolita o la paura che dietro un disturbo apparentemente semplice possa nascondersi qualcosa di grave.
Il medico ascolta, pone domande e prova a ricostruire la storia del paziente. Il paziente, però, non parla necessariamente la lingua dei manuali di medicina. Usa le parole della propria famiglia, del quartiere e della comunità nella quale è cresciuto. A Rimini, per molte generazioni, questa lingua è stata il dialetto, spesso mescolato con un italiano adattato alla pronuncia e alle abitudini locali.
Da questo incontro fra medicina e linguaggio nasce un patrimonio di espressioni che racconta molto più di un semplice sintomo. Nelle parole pronunciate in ambulatorio entrano la paura, la fiducia nel medico, il fatalismo, l’ironia e il modo in cui una comunità affronta la vecchiaia e le difficoltà della vita.
È questo il mondo raccolto da Gianni Morolli nel libro Dutór, a i cavèm i zampét? Malattie e malanni in gergo riminese: un piccolo dizionario nato dall’esperienza quotidiana di un medico e dalle frasi ascoltate per decenni dai suoi pazienti.
La medicina comincia dall’ascolto
Prima degli esami, delle diagnosi e delle terapie viene il racconto del paziente. Anche una frase breve può contenere molte informazioni: non soltanto dove fa male, ma quanto quella persona sia preoccupata, che cosa tema e che cosa si aspetti dal medico.
Nella prefazione del libro Morolli ricorda che il lavoro del medico è fatto soprattutto di parole, ascolto e domande. Il dialogo serve a ricostruire l’origine e l’evoluzione del disturbo, ma crea anche un rapporto di fiducia. Il paziente consegna al medico una parte della propria intimità e cerca una risposta capace di restituirgli sicurezza.
Il dialetto rende questo rapporto ancora più immediato. È la lingua nella quale una sensazione difficile da definire può essere espressa con un’immagine concreta, una battuta o un paragone comprensibile a entrambi. Medico e paziente condividono così non soltanto le parole, ma anche i riferimenti culturali e familiari che quelle parole portano con sé.
Il libro di Morolli nasce proprio dall’attenzione per questa dimensione del lavoro medico. Le espressioni non sono state raccolte come curiosità folkloristiche osservate dall’esterno: sono entrate nello studio insieme ai pazienti e sono state ascoltate nel momento in cui servivano a comunicare un malessere reale.
Un repertorio nato nell’ambulatorio
Nell’intervista pubblicata dal Resto del Carlino nel dicembre 2014, Morolli raccontava di avere incontrato migliaia di persone durante più di trent’anni di attività come medico di famiglia. Alcune delle loro espressioni erano rimaste nella sua memoria fino a formare un vero repertorio del gergo riminese dell’ambulatorio.
Il libro non vuole essere un trattato accademico né un dizionario medico. Il suo interesse nasce dall’intreccio fra esperienza professionale, memoria orale e piacere del racconto.
Le voci riguardano le parti del corpo, i dolori, le malattie, la stanchezza, la digestione, l’equilibrio, la paura e la guarigione. Alcune sono propriamente dialettali; altre sembrano italiane, ma sono state trasformate dalla pronuncia e dall’uso riminese. Altre ancora sono modi di dire nei quali una situazione clinica viene rappresentata attraverso animali, oggetti, personaggi o luoghi della città.
La raccolta conserva quindi non soltanto delle parole, ma il modo in cui una comunità ha imparato a riconoscere e raccontare il proprio corpo.
«A i cavèm i zampét?»: una domanda rivolta anche al medico
L’espressione scelta per il titolo è una delle più significative dell’intero repertorio. «A i cavèm i zampét?» può essere resa in italiano con domande come “riusciremo a farcela?”, “ne usciremo vivi?” oppure “riusciremo a cavarcela?”.
Non è una richiesta puramente tecnica. Chi la pronuncia vuole conoscere la prognosi, ma cerca soprattutto una rassicurazione. La domanda nasce dalla paura che il disturbo possa essere più serio del previsto.
Nel testo diffuso dal Rotary Club Rimini Riviera nel dicembre 2014 viene osservato un particolare importante: il paziente non domanda soltanto se sarà lui a cavarsela. Usa il plurale e coinvolge direttamente il medico. La malattia diventa così un problema da affrontare insieme.
In poche parole si concentra un’intera idea del rapporto di cura. Il paziente chiede al medico di condividere la preoccupazione e di accompagnarlo verso una possibile soluzione. Il titolo del libro riesce perciò a essere divertente e, allo stesso tempo, profondamente umano.
Il significato, la traduzione e le implicazioni di questa domanda saranno approfonditi in una pagina autonoma dedicata all’espressione riminese «a i cavèm i zampét?».
Il corpo raccontato attraverso immagini concrete
Il linguaggio popolare tende a descrivere il corpo attraverso immagini immediatamente riconoscibili. Una persona può sentirsi rigida, storta, svuotata, confusa o ridotta male senza utilizzare alcuna terminologia clinica.
Le parole dell’ambulatorio non seguono la divisione scientifica fra sintomi, diagnosi e prognosi. Riuniscono in una sola espressione la sensazione fisica, il giudizio del paziente e spesso anche il suo stato d’animo.
Dire di sentirsi come il proverbiale cavallo di Scaia, per esempio, significa presentarsi come una persona carica di acciacchi. Dietro la battuta si trova però una percezione precisa: la sensazione che i problemi si siano accumulati e che ormai ogni parte del corpo abbia qualcosa che non funziona.
Allo stesso modo, le espressioni dedicate alla debolezza, al dolore o alla confusione non indicano soltanto ciò che il paziente sente. Comunicano anche quanto si consideri malato, quanto sia spaventato e quale tipo di risposta speri di ricevere.
Morolli registra queste parole con lo sguardo del medico, ma senza togliere loro spontaneità. La spiegazione rende comprensibile il significato, mentre l’espressione originale conserva il ritmo e la forza immaginativa del parlato.
Tra dialetto riminese e italiano trasformato
Uno degli aspetti più interessanti del volume è la presenza di vocaboli che non possono essere classificati semplicemente come dialettali o italiani.
Molti termini derivano dall’italiano, ma sono stati modificati dalla pronuncia locale. Altri appartengono a un gergo familiare condiviso da persone che magari non parlano più abitualmente il dialetto, ma continuano a utilizzare alcune parole ereditate dai genitori o dai nonni.
La lingua dell’ambulatorio documentata da Morolli è quindi mobile e contaminata. Non corrisponde a un dialetto immobile conservato nei libri, ma alla parlata quotidiana di persone abituate a passare continuamente dall’italiano al riminese.
Per la grafia dei termini più propriamente dialettali, l’autore dichiara di essersi avvalso in generale del Dizionario romagnolo (ragionato) di Gianni Quondamatteo. L’avvertenza posta all’inizio del repertorio spiega inoltre i segni diacritici utilizzati e ricorda che la pronuncia può cambiare da una località all’altra, talvolta anche all’interno della stessa città.
Il tono giocoso del libro si accompagna dunque a un’attenzione precisa per la lingua e per le sue varianti.
Paura, fatalismo e ironia
Il tema più presente dietro le parole dei pazienti è la paura. Si teme una malattia grave, si vuole sapere se gli esami saranno sufficienti e si cerca di interpretare ogni cambiamento del proprio corpo.
A volte il paziente vorrebbe sottoporsi a ulteriori controlli anche quando il medico non li considera necessari. Di fronte a un ragionevole rifiuto, la risposta può diventare drasticamente: «Ho capì, ho da murì». L’esagerazione trasforma la preoccupazione in una battuta, ma non la cancella.
Il gergo riminese consente di parlare della morte e della malattia senza abbandonare completamente il sorriso. L’ironia funziona come una forma di difesa: ridimensiona ciò che spaventa, crea complicità e rende possibile affrontare argomenti altrimenti difficili.
Accanto all’ironia compare spesso il fatalismo. Espressioni come «Tinimòdi a sèm ad raza» ricordano la fragilità comune a tutti gli esseri umani. Talvolta servono a giustificare abitudini che il paziente non vuole modificare; altre volte manifestano una rassegnata consapevolezza della vecchiaia e della morte.
Il libro non giudica questa mentalità. La registra e la restituisce come parte dell’identità dei parlanti.
I luoghi della salute nella memoria di Rimini
Nel repertorio entrano anche alcuni luoghi della città. La geografia sanitaria riminese viene trasformata dal parlato quotidiano in una serie di nomi immediatamente comprensibili a chi appartiene alla comunità.
La Mutua indica la sede dei servizi territoriali; l’Ospedale vecchio continua a essere chiamato così anche dopo avere assunto una funzione diversa; il Colosseo identifica la sede amministrativa dell’AUSL di via Coriano.
Il caso più singolare è quello di Valeriani. Il nome del direttore del cimitero di Rimini era diventato, nel linguaggio popolare, un modo indiretto per alludere alla morte. Chiedere al medico se fosse arrivato il momento di “andare da Valeriani” significava esprimere con una battuta una paura molto concreta.
Questi riferimenti mostrano quanto il linguaggio della salute sia legato alla storia urbana. Le parole dell’ambulatorio costituiscono anche una mappa della Rimini vissuta e ricordata dai pazienti.
Dalla tavola alla nascita del libro
Anche la genesi di Dutór, a i cavèm i zampét? è legata a un momento conviviale.
Nel libro e nell’intervista al Resto del Carlino, Morolli ricorda che l’idea prese forma a tavola, davanti a un piatto di tagliatelle e durante una conversazione con gli amici. Quelle frasi, ascoltate per anni durante le visite, potevano diventare una raccolta capace di far sorridere e, nello stesso tempo, di conservare una parte della memoria riminese.
Il testo del Rotary Club Rimini Riviera precisa che una delle scintille maturò durante una serata dell’associazione e che l’autore impiegò poi circa due anni per sviluppare il progetto.
Il libro è dunque il risultato di una lunga esperienza professionale, ma anche di un processo di selezione, verifica e ordinamento. Le parole dei pazienti sono state accompagnate da spiegazioni e, in alcuni casi, da brevi racconti sull’origine o sull’uso dell’espressione.
Ad arricchire il repertorio sono inoltre sei poesie dialettali di argomento medico: quattro di Valderico Vittorio Mazzotti e due di Raffaello Baldini. I testi, presentati anche con la traduzione italiana, mostrano come malattia, medicina e morte siano entrate non soltanto nella conversazione quotidiana, ma anche nella letteratura dialettale.
Per approfondire
Trent’anni di frasi dei pazienti riminesi: Gianni Morolli racconta il suo libro
L’intervista pubblicata dal Resto del Carlino permette di ricostruire la nascita della raccolta attraverso la voce diretta dell’autore, gli aneddoti dell’ambulatorio e la lunga sedimentazione delle espressioni ascoltate durante la sua attività medica.
Malattie e malanni in gergo riminese: la recensione di Silvana Giugli
La recensione pubblicata su Ariminum interpreta il volume come un recupero della mentalità, della filosofia e dell’umorismo dei vecchi riminesi, soffermandosi anche sulle poesie dialettali inserite nel repertorio.
Gianni Morolli in libreria: il medico, il dialetto e la fiducia dei pazienti
Il testo del Rotary Club Rimini Riviera approfondisce la dimensione umana del rapporto di cura, il plurale condiviso del titolo e la storia professionale e familiare di Gianni Morolli.
“A i cavèm i zampét?”: significato dell’espressione riminese
Un approfondimento dedicato alla traduzione della domanda, al suo impiego nell’ambulatorio e al modo in cui poche parole riescono a riunire paura, speranza e fiducia nel medico.
Un lessico famigliare della comunità riminese
Morolli definisce le parole raccolte come parte del lessico famigliare di una comunità. I veri autori del libro, osserva nella prefazione, sono in fondo i pazienti che quelle espressioni hanno pronunciato.
Leggere oggi questo gergo significa ritrovare un modo di parlare che rischia progressivamente di scomparire. Ma significa anche riconoscere qualcosa che va oltre il dialetto: il bisogno di essere ascoltati, la paura davanti alla malattia e la capacità di affrontare le difficoltà con una battuta.
Il libro Dutór, a i cavèm i zampét? Malattie e malanni in gergo riminese raccoglie il repertorio completo, accompagnato dalle spiegazioni dell’autore e dalle poesie dialettali dedicate alla medicina. Una lettura agile e ironica che conserva, dietro ogni parola, una storia di Rimini e dei suoi abitanti.

