Il 15 dicembre 2014, pochi giorni dopo la pubblicazione di Dutór, a i cavèm i zampét? Malattie e malanni in gergo riminese, il Rotary Club Rimini Riviera dedicò al libro di Gianni Morolli un testo intitolato Gianni Morolli in libreria.
Il contributo osserva il volume da una prospettiva precisa: la fiducia che si costruisce fra il medico e il paziente quando una persona deve trasformare in parole ciò che sente, ciò che teme e ciò che spera.
Le espressioni raccolte da Morolli acquistano così un significato che va oltre la curiosità linguistica. Sono parole pronunciate all’interno di una relazione concreta, nel momento in cui qualcuno cerca di farsi comprendere da chi può aiutarlo a interpretare un malessere.
Il testo del Rotary Club Rimini Riviera su Gianni Morolli
Il documento del Rotary Club Rimini Riviera risale ai giorni immediatamente successivi all’uscita del volume e mette al centro un’esperienza comune a ogni incontro medico: il paziente deve raccontare qualcosa che appartiene alla propria sfera più personale.
Descrivere un dolore o una sensazione insolita significa infatti esporre anche dubbi, paure e aspettative. Non sempre, però, chi entra nell’ambulatorio possiede o desidera utilizzare il linguaggio tecnico della medicina.
Parla con le parole che conosce meglio: quelle della famiglia, del proprio ambiente e della vita quotidiana.
Nel caso dei pazienti riminesi incontrati da Morolli, questo patrimonio comprende anche il dialetto e un parlato locale nel quale immagini concrete, ironia e formule familiari possono rendere più immediata la comunicazione.
L’ambulatorio come luogo di ascolto
Nella prospettiva proposta dal testo del Rotary, l’ambulatorio non è soltanto il luogo nel quale vengono raccolti sintomi e informazioni.
È anche uno spazio di ascolto.
Il paziente cerca di descrivere ciò che prova utilizzando gli strumenti linguistici che possiede. Il medico deve comprendere il significato delle parole, ma anche riconoscere il contesto nel quale vengono pronunciate.
Una frase scherzosa può accompagnare una preoccupazione autentica. Un’immagine apparentemente esagerata può essere il modo più efficace trovato da una persona per spiegare una sensazione. Una parola dialettale può risultare più precisa, per chi la usa, di una formulazione italiana più formale.
Il valore delle espressioni conservate da Morolli nasce anche da questo: furono pronunciate perché servivano a comunicare qualcosa a un medico.
Fiducia tra medico e paziente
Per raccontare liberamente ciò che sente, il paziente deve riconoscere nel medico un interlocutore capace di ascoltarlo e comprenderlo.
La fiducia non elimina la differenza dei ruoli: il paziente porta la propria esperienza e il proprio racconto; il medico mette a disposizione competenza professionale, ascolto e capacità di interpretazione.
Ma perché la comunicazione funzioni è necessario che le parole possano attraversare quella distanza.
Un linguaggio condiviso può aiutare. Quando medico e paziente riconoscono la stessa espressione, lo stesso riferimento locale o la stessa sfumatura ironica, il dialogo può diventare più diretto.
È questo il territorio specifico che il documento del Rotary permette di osservare: non soltanto che cosa dicevano i pazienti riminesi, ma che cosa accadeva quando quelle parole venivano affidate al medico.
«A i cavèm i zampét?»: perché il plurale è importante
Il testo del Rotary si sofferma in particolare sulla domanda che dà il titolo al libro: «Dutór, a i cavèm i zampét?».
Qui l’elemento più interessante non è la traduzione dell’espressione, ma l’uso della prima persona plurale.
Il paziente non formula la domanda soltanto in termini individuali. Quel “noi” sembra coinvolgere anche il medico nella speranza di riuscire a superare la difficoltà.
La frase diventa così una piccola rappresentazione linguistica del rapporto di fiducia: il problema appartiene naturalmente al paziente, ma la ricerca di una risposta viene percepita come un percorso nel quale il medico è chiamato a partecipare con il proprio sapere e la propria presenza.
La traduzione di “A i cavèm i zampét?”, il significato figurato e le diverse possibili rese italiane sono invece sviluppati nella pagina dedicata esclusivamente all’espressione:
“A i cavèm i zampét?”: significato dell’espressione riminese.
Il dialetto come lingua della relazione
Nel rapporto raccontato dal documento del Rotary, il dialetto non interessa soltanto perché permette di conservare parole destinate a diventare meno frequenti.
Interessa perché è una lingua della relazione.
Per chi lo utilizza abitualmente, parlare in dialetto può significare ricorrere al linguaggio più vicino all’esperienza personale e familiare. Di fronte alla malattia, questo può rendere più naturale raccontare una paura, descrivere una sensazione o formulare una domanda difficile.
L’ironia stessa può svolgere una funzione relazionale. Non cancella la preoccupazione, ma permette talvolta di esprimerla senza abbandonare completamente il registro familiare della conversazione.
Il medico deve allora distinguere il tono dalla sostanza: dietro una formulazione capace di far sorridere può esserci una richiesta molto seria di ascolto e rassicurazione.
Per una visione più ampia del rapporto fra dialetto, medicina e memoria orale rimanda invece all’hub Il gergo riminese della salute: parole, malanni e memoria nell’ambulatorio.
Il sorriso non cancella la fragilità
Uno degli aspetti più interessanti della lettura proposta dal Rotary è il rapporto fra ironia e vulnerabilità.
Le parole raccolte da Morolli possono divertire per la loro inventiva o per la forza delle immagini, ma sono nate spesso in situazioni nelle quali una persona era preoccupata per il proprio corpo.
Separare completamente il lato comico da quello umano significherebbe quindi perdere una parte importante del loro significato.
Il sorriso nasce dalla spontaneità del parlato e dalla capacità di utilizzare immagini immediate anche nei momenti difficili. Dietro quella lingua rimangono però la paura della malattia, il desiderio di ricevere una risposta e la fiducia riposta nel medico.
È questo equilibrio a impedire che il libro possa essere ridotto a una semplice collezione di battute dialettali.
Che cosa aggiunge il documento del Rotary
All’interno del percorso dedicato a Dutór, a i cavèm i zampét?, il documento del Rotary Club Rimini Riviera ha una funzione diversa dagli altri contenuti.
L’intervista a Gianni Morolli pubblicata dal Resto del Carlino permette di ricostruire soprattutto come oltre trent’anni di parole ascoltate dai pazienti siano diventati un progetto editoriale.
L’articolo “A i cavèm i zampét?”: significato dell’espressione riminese è invece dedicato alla traduzione e alle sfumature della frase scelta come titolo.
La recensione di Silvana Giugli pubblicata su Ariminum offre una lettura critica del valore linguistico, culturale e umano dell’opera.
Il testo del Rotary possiede un altro territorio: la relazione di fiducia fra medico e paziente.
Il testo originale “Gianni Morolli in libreria”
Questa pagina nasce dal documento Gianni Morolli in libreria, datato 15 dicembre 2014 e intestato al Rotary Club Rimini Riviera.
La riproduzione del testo originale può essere consultata e scaricata qui sotto.
Dutór, a i cavèm i zampét?
Il documento del Rotary permette di comprendere il contesto umano nel quale molte delle parole raccolte da Gianni Morolli furono pronunciate.
Non sostituisce però il repertorio costruito dall’autore.
Le singole espressioni, le spiegazioni, le associazioni linguistiche e gli altri materiali che compongono il volume non vengono riprodotti in questo approfondimento. Rimangono da incontrare all’interno del libro, dove acquistano significato nella successione scelta dall’autore.
Scopri Dutór, a i cavèm i zampét? Malattie e malanni in gergo riminese.
Il percorso dedicato al gergo riminese della salute
Per orientarti fra tutti gli approfondimenti dedicati al libro, torna a Il gergo riminese della salute: parole, malanni e memoria nell’ambulatorio.
