Nelle poesie di Gilberto Grazia, il dialetto dei minatori di Perticara non è una semplice nota di colore. È la lingua nella quale riaffiorano soprannomi, richiami familiari, battute, ricordi del lavoro e voci ascoltate durante l’infanzia.
Nella raccolta E’ paés di minadór , italiano e dialetto convivono e si alternano. Il passaggio fra le due lingue permette all’autore di avvicinarsi alle persone ricordate, restituendone non soltanto la storia, ma anche il tono, il ritmo e il modo di parlare.
Il dialetto diventa così una forma di memoria. Non conserva soltanto determinate parole: trattiene una parte delle relazioni, dell’ironia e della vita quotidiana della comunità mineraria di Perticara.
In questa pagina
- Il dialetto come memoria di Perticara
- Italiano e dialetto nella stessa poesia
- La lingua del lavoro e della miniera
- Manèsk: un soprannome familiare
- I minadór bà e fiól: storia e oralità
- Giovanni Evangelisti: musica e dialetto
- I soprannomi nella memoria del paese
- Il suono del dialetto
- Leggere le poesie nella loro forma originale
Il dialetto come memoria di Perticara
La memoria di un paese non sopravvive soltanto negli edifici, negli archivi e negli oggetti. Rimane anche nelle espressioni pronunciate ogni giorno, nei nomi attribuiti alle persone e nelle frasi che continuano a essere ricordate molti anni dopo.
Gilberto Grazia raccoglie queste tracce senza trasformare il libro in un repertorio linguistico. Il dialetto entra naturalmente nei componimenti, come entrava nella vita familiare e sociale di Perticara.
Alcune parole sembrano provenire direttamente da una conversazione. Altre riportano alla superficie un soprannome, una battuta o la voce di una persona conosciuta. La pagina scritta conserva così una parte dell’oralità che rischierebbe altrimenti di scomparire insieme alle generazioni che l’hanno vissuta.
Il quadro complessivo nel quale lingua, miniera, persone e territorio si incontrano è presentato nella pagina Perticara, paese di minatori nelle poesie di Gilberto Grazia .
Questo approfondimento rimane invece concentrato sulla funzione specifica del dialetto e sul modo in cui permette alle voci del paese di continuare a risuonare.
Italiano e dialetto nella stessa poesia
Nei componimenti dedicati ai minatori, italiano e dialetto non appartengono a due mondi separati. Possono alternarsi nella stessa poesia e contribuire insieme alla costruzione del ricordo.
L’italiano permette talvolta di introdurre una persona, una situazione o una vicenda. Il dialetto interviene quando la voce diventa più vicina, quando riaffiora un’espressione ascoltata o quando il testo assume il tono diretto del parlato.
Questo passaggio produce un movimento continuo fra narrazione e presenza. Il poeta non si limita a raccontare qualcuno: cerca di farne percepire nuovamente il modo di parlare.
L’alternanza rende inoltre i testi accessibili anche a chi non conosce perfettamente la lingua locale. Il significato generale può emergere dal contesto, mentre il dialetto conserva il suono e l’identità della comunità.
Grazia non presenta traduzioni a fronte o spiegazioni sistematiche. La comprensione nasce dall’incontro fra le due lingue, dalla posizione delle parole e dalle immagini costruite nel componimento.
La lingua del lavoro e della miniera
Il dialetto è strettamente legato alla memoria mineraria, ma le poesie non cercano di compilare un vocabolario tecnico del lavoro nel sottosuolo.
La lingua conserva soprattutto ciò che la miniera ha lasciato nelle persone: gli odori portati a casa, gli scarponi, la fatica, le paure delle famiglie e il modo in cui i lavoratori venivano riconosciuti all’interno del paese.
Alcuni termini e alcune immagini appartengono direttamente all’esperienza mineraria. Il loro significato, però, non dipende soltanto dall’attività che indicano. È legato alla persona che li pronuncia, al ricordo familiare e alla situazione nella quale ricompaiono.
Il dialetto avvicina quindi il lavoro alla dimensione quotidiana. La miniera non rimane un argomento storico o astratto: entra nella casa, nelle conversazioni e nella memoria dei figli.
Le immagini dello zolfo, dei lumi, dei calcaroni e delle sirene sono analizzate nello specifico nell’articolo Zolfo, calcaroni e sirene: la miniera di Perticara nelle poesie di Gilberto Grazia .
Qui il centro rimane invece il modo in cui quelle esperienze vengono conservate attraverso la lingua.
Manèsk: un soprannome familiare
Il titolo Manèsk riprende il soprannome con il quale erano conosciuti i minatori Domenico Grazia e i fratelli Alessandro e Sante.
Già questa scelta porta il lettore all’interno di una comunità nella quale il nome usato ogni giorno poteva essere più immediatamente riconoscibile di quello anagrafico.
Il soprannome non è un dettaglio secondario. Custodisce appartenenze, legami familiari e storie che gli abitanti del paese potevano comprendere senza bisogno di spiegazioni. Trasferito nella poesia, diventa una piccola chiave di accesso alla memoria dell’autore.
Il componimento procede attraverso impressioni essenziali e non ricostruisce una giornata di lavoro o una biografia dei minatori ricordati. Poche tracce sensoriali sono sufficienti a suggerirne la presenza.
Proprio per questa concentrazione, la poesia non può essere sostituita da una parafrasi. Il significato dipende dal ritmo, dalla brevità e dalla lingua nella quale il ricordo riaffiora.
I minadór bà e fiól: storia e oralità
In I minadór bà e fiól, l’alternanza linguistica diventa particolarmente evidente. Italiano e dialetto partecipano alla costruzione di un ritratto nel quale si incontrano lavoro, legami familiari e storia politica.
Il componimento è dedicato a Paolo Testi e al figlio Luigi. Attraverso una singola famiglia, la poesia richiama esperienze che riguardano anche la comunità: la miniera, il fascismo, la guerra e le trasformazioni successive.
Il dialetto modifica il ritmo e avvicina il testo alla forma di un racconto ascoltato. Rime e assonanze contribuiscono alla caratterizzazione della voce, senza trasformare la vicenda in una narrazione lunga o sistematica.
Grazia seleziona alcuni passaggi e lascia al lettore il compito di ricomporre il ritratto. La lingua permette alla persona ricordata di emergere con immediatezza, senza essere ridotta a una semplice testimonianza storica.
Il rapporto fra le singole persone e la memoria collettiva di Perticara è approfondito nell’articolo Le vite di Perticara nelle poesie di Gilberto Grazia .
Giovanni Evangelisti: musica e dialetto
Nel componimento dedicato a Giovanni Evangelisti, il dialetto entra nella scuola di musica. Indicazioni tecniche, richiami, rimproveri e battute ricreano l’atmosfera di una lezione senza descriverla ordinatamente dall’esterno.
Evangelisti è ricordato nel volume come minatore, clarinettista e maestro di musica. La sua figura unisce quindi due aspetti importanti della vita di Perticara: il lavoro minerario e la formazione dei giovani musicanti.
Il lessico musicale e la lingua del paese convivono nella stessa pagina. Le note e gli strumenti appartengono alla disciplina dell’insegnamento; il dialetto restituisce la relazione diretta con gli allievi e apre uno spazio per l’ironia.
Il maestro sembra riaffiorare soprattutto attraverso il proprio modo di parlare. Il lettore non riceve una biografia completa, ma incontra frammenti di una voce riconoscibile.
Il rapporto fra Giovanni Evangelisti, la scuola di musica e la vita culturale del paese è sviluppato nell’articolo La Banda musicale dei minatori di Perticara nella poesia di Gilberto Grazia .
I soprannomi nella memoria del paese
I soprannomi ricorrono in diversi componimenti e rappresentano uno degli strumenti attraverso i quali Grazia conserva la memoria della comunità.
In un paese, il soprannome può indicare una famiglia, distinguere persone con nomi simili o ricordare un tratto riconosciuto dagli altri abitanti. Non è necessariamente un’aggiunta scherzosa: può diventare una parte essenziale dell’identità sociale di una persona.
Nelle poesie, questi nomi permettono di mantenere la vicinanza del ricordo. Le persone non vengono presentate come figure lontane o anonime, ma come individui che continuano a essere chiamati nel modo in cui erano conosciuti.
Per il lettore esterno, il soprannome suggerisce l’esistenza di relazioni e storie non completamente spiegate. Per chi appartiene alla comunità, può invece riattivare immediatamente una rete di ricordi condivisi.
La poesia non chiarisce ogni riferimento e non deve farlo. Una parte della sua forza nasce proprio dalla presenza di nomi che mantengono il legame con il luogo e con chi li pronunciava.
Il suono del dialetto
Il dialetto nelle poesie di Gilberto Grazia è soprattutto una lingua da ascoltare. Rime, ripetizioni, assonanze e pause restituiscono il ritmo del discorso e contribuiscono alla costruzione delle persone ricordate.
In alcuni passaggi il verso si avvicina alla filastrocca o alla canzone popolare. In altri riproduce una battuta rapida, un richiamo o una frase rimasta impressa nella memoria.
La musicalità non dipende esclusivamente dal significato letterale. Una parola può portare con sé una sfumatura affettiva, ironica o sociale che una traduzione italiana non riuscirebbe a conservare completamente.
Questo interesse per i suoni attraversa anche altri testi della raccolta, nei quali Grazia gioca con vocali, rime e associazioni verbali. Nei componimenti legati a Perticara, tuttavia, il gioco linguistico rimane strettamente connesso alle persone e alla memoria del paese.
La lettura ad alta voce permette di percepire meglio accenti, richiami interni e cambiamenti di registro, anche quando il lettore non conosce ogni singola parola.
Una lingua legata a un territorio
E’ paés di minadór non è uno studio linguistico e non propone una classificazione sistematica della varietà dialettale utilizzata.
Per questo motivo è più corretto parlare, nel contesto del libro, di dialetto di Perticara, di lingua del paese o di dialetto dell’alta Valmarecchia, senza attribuire automaticamente ai testi una definizione specialistica che il volume non dichiara.
Ciò che il libro permette di osservare con chiarezza è la funzione della lingua: collega le poesie alla famiglia, alla miniera, alla musica, ai soprannomi e ai luoghi nei quali la memoria si è formata.
Il più ampio contesto storico, geografico e culturale del territorio è presentato nella pagina Valmarecchia: storia, borghi, paesaggio e identità .
Questo articolo non cerca invece di ricostruire tutte le varietà linguistiche della valle: rimane concentrato sulla lingua usata da Grazia per ricordare Perticara e i suoi abitanti.
Una lingua viva, non un elemento folcloristico
Parlare di poesia dialettale non significa necessariamente rappresentare un passato rassicurante o idealizzato. Nei testi di Grazia il dialetto può conservare tenerezza e familiarità, ma anche conflitti, posizioni politiche, giudizi e contraddizioni.
La lingua del paese appartiene a persone differenti: minatori, familiari, musicanti e abitanti che possiedono ciascuno un carattere e una storia.
I soprannomi non trasformano i personaggi in macchiette e le battute non cancellano la fatica o il dolore. L’ironia mostra piuttosto una delle risorse attraverso le quali la comunità affrontava la vita quotidiana.
Il dialetto assume quindi una funzione poetica e civile. Salva dall’oblio non una generica immagine del passato, ma voci individuali, con le loro differenze e il loro modo di stare dentro il paese.
Leggere le poesie nella loro forma originale
Questo approfondimento non propone un glossario, non traduce i componimenti e non ricostruisce verso per verso le poesie citate.
Il significato dei testi dipende dall’ordine delle parole, dalle pause, dalle rime, dai cambiamenti di lingua e dalle conclusioni scelte dall’autore. Una parafrasi completa permetterebbe forse di riconoscere l’argomento, ma cancellerebbe la voce e la musicalità che costituiscono la parte più personale della scrittura.
La lettura del volume consente di incontrare direttamente il dialetto, i minatori, i familiari e i musicanti ricordati da Gilberto Grazia, senza separarli dalla forma poetica nella quale continuano a vivere.
Scopri E’ paés di minadór di Gilberto Grazia , con prefazione di Sabrina Foschini.

