Nel luglio-agosto 2009 Silvana Giugli dedicò sulle pagine di Ariminum una recensione al secondo volume del percorso di Arnaldo Pedrazzi sulla città scomparsa.
Il titolo scelto era particolarmente netto: “Vittime sacrificate alla riminizzazione”.
Al centro dell’articolo c’era La Rimini che non c’è più. Le dimore gentilizie, pubblicato da Panozzo Editore nel 2008. Ma Giugli utilizzava il libro soprattutto come occasione per riflettere su un passaggio preciso della storia urbana riminese: il destino di edifici che, in diversi casi, superarono la guerra per scomparire durante le trasformazioni successive.
La recensione di Silvana Giugli su Ariminum
L’articolo apparve nel numero di Ariminum di luglio-agosto 2009, nella sezione dedicata ai libri, e collocava subito il volume all’interno di un percorso già avviato da Pedrazzi negli anni precedenti.
Dopo la prima ricerca sulla città scomparsa e quella dedicata agli edifici storici ancora esistenti, l’autore aveva rivolto l’attenzione a un ambito più circoscritto: le antiche residenze delle famiglie riminesi che non facevano più parte del paesaggio cittadino.
Giugli sottolineava la consistenza della ricerca: il nucleo del volume comprende venti dimore gentilizie, affiancate da alcuni ulteriori casi legati alla città perduta.
La recensione, tuttavia, sceglie volutamente di non raccontarli uno per uno. È una scelta che manteniamo anche qui: conoscere in anticipo le singole vicende trasformerebbe un approfondimento sulla ricezione del libro in un suo riassunto.
Edifici, famiglie e trasformazioni della città
Ciò che interessa particolarmente a Giugli è il modo nel quale Pedrazzi organizza la ricerca.
La storia di ciascuna dimora non viene isolata dalla città che la circondava. Alla vicenda dell’edificio si affiancano quella della famiglia che lo abitò, le modifiche subite nel tempo e le circostanze che portarono alla sua scomparsa.
Un ruolo importante è inoltre affidato alla cartografia e alle immagini. Il confronto fra la Rimini storica e quella successiva consente di individuare gli spazi occupati dagli edifici e di osservare come quelle stesse aree siano cambiate.
Giugli segnala in particolare l’utilizzo della pianta di Rimini del 1769, affiancata da una rappresentazione più recente della stessa zona, oltre alla presenza di fotografie appartenenti a differenti momenti del Novecento.
Non è però necessario riprodurre qui quelle ricostruzioni: sono precisamente uno degli elementi attraverso i quali il volume conduce il lettore alla scoperta delle singole dimore.
Perché Giugli parla di “riminizzazione”
Il passaggio più caratteristico della recensione riguarda il dopoguerra.
Il termine “riminizzazione” appartiene alla lettura proposta da Silvana Giugli nell’articolo e va quindi compreso nel suo contesto. Non viene utilizzato per riassumere l’intero libro né come definizione attribuita automaticamente a Pedrazzi.
Giugli osserva che la guerra non rappresentò sempre l’ultimo capitolo della storia degli edifici considerati. Una parte del patrimonio era ancora riconoscibile negli anni successivi al conflitto e, secondo la sua lettura, avrebbe potuto in alcuni casi essere recuperata.
La crescita economica e immobiliare modificò però rapidamente le esigenze della città. Vecchi edifici lasciarono posto a costruzioni moderne, capaci di rispondere alle nuove necessità abitative e commerciali.
È riferendosi a questo processo che la recensora parla di “costruzione selvaggia”, o riminizzazione, collegandola alle trasformazioni degli anni del boom economico.
Il significato della recensione sta quindi soprattutto nel distinguere due fenomeni: la distruzione prodotta dal conflitto e le successive scelte attraverso le quali la città ridisegnò se stessa.
La Rimini perduta non coincide soltanto con la guerra
È questo il punto nel quale la recensione del 2009 si distingue nettamente da una semplice presentazione bibliografica.
Giugli legge il libro come una riflessione sulle diverse modalità attraverso le quali un patrimonio può scomparire.
Un edificio può essere distrutto da un bombardamento, può essere gravemente danneggiato e non ricostruito, oppure può sopravvivere e venire successivamente sostituito perché la città attribuisce a quello spazio una nuova funzione.
La recensione invita così a considerare il dopoguerra non soltanto come stagione della ricostruzione, ma anche come momento nel quale Rimini compì scelte destinate a modificarne definitivamente il volto.
Questo tema acquista particolare forza proprio perché Pedrazzi non costruisce un libro astratto sulla pianificazione urbana: parte dalle tracce lasciate dai singoli edifici e dalle loro vicende.
La “malinconia” individuata da Silvana Giugli
Giugli individua nel lavoro anche una particolare tonalità narrativa. Parla di una sottile malinconia per quello che Rimini avrebbe potuto conservare e che invece non è arrivato fino al presente.
Non trasforma tuttavia questa osservazione in una condanna indiscriminata della città contemporanea.
La conclusione della recensione è volutamente meno semplice: alla consapevolezza di ciò che è andato perduto si contrappone una città che continua a essere vissuta, attraversata e trasformata dalle generazioni successive.
È proprio questa tensione fra memoria e trasformazione a rendere interessante l’articolo a distanza di anni. Non chiede di ricostruire artificialmente la Rimini del passato, ma di essere consapevoli delle vicende attraverso le quali quella di oggi ha assunto la propria forma.
Una tappa del progetto sulla Rimini scomparsa
Le dimore gentilizie occupa una posizione precisa nel percorso sviluppato da Pedrazzi.
Il primo volume aveva aperto la ricerca sulla città perduta; questo secondo lavoro concentra lo sguardo sul patrimonio residenziale scomparso; nel 2015 Spigolature avrebbe infine recuperato altri luoghi rimasti fuori dalle precedenti ricognizioni.
Il rapporto fra i tre libri, le loro differenti funzioni e il modo nel quale insieme costruiscono un unico percorso sono approfonditi nell’articolo Tre libri per ritrovare la Rimini scomparsa: il progetto di Arnaldo Pedrazzi.
Qui interessa invece un dato diverso: nel 2009 la recensione di Silvana Giugli dimostra come il secondo volume fosse già percepito non soltanto come repertorio di edifici scomparsi, ma come strumento per riflettere sulle trasformazioni urbanistiche della città.
Una recensione che non sostituisce il libro
C’è infine un aspetto della stessa recensione che merita di essere conservato.
Giugli dichiara di non voler scegliere e raccontare nel dettaglio le singole dimore perché tutte meritano attenzione e perché non vuole sottrarre al lettore il piacere di scoprirle nel volume.
È anche il criterio seguito in questo approfondimento.
Non abbiamo quindi riprodotto l’elenco degli edifici, le vicende delle famiglie, le cause delle singole demolizioni o i confronti cartografici realizzati da Pedrazzi. L’interesse di queste pagine è un altro: documentare come il libro fu letto e interpretato al momento della sua uscita.
Silvana Giugli, “Vittime sacrificate alla riminizzazione”, Ariminum, anno XVI, n. 4, luglio-agosto 2009, p. 42. La rivista è consultabile nell’archivio di Ariminum.
Per approfondire
La Rimini che non c’è più. Le dimore gentilizie è oggi esaurito e la sua scheda rimane nel catalogo Panozzo Editore come documentazione dell’opera e del percorso di Arnaldo Pedrazzi.
Chi vuole continuare oggi l’esplorazione della Rimini scomparsa attraverso un volume disponibile può invece partire da La città perduta. Itinerari alla ricerca di una Rimini scomparsa, dedicato alla città del 1939, prima delle distruzioni della Seconda guerra mondiale e delle trasformazioni successive.
I due lavori sono autonomi per autore, impostazione e periodo di pubblicazione: il collegamento nasce dal comune interesse per un paesaggio urbano che non è più possibile osservare nella sua forma originaria.

