Zolfo, calcaroni e sirene: la miniera di Perticara nelle poesie di Gilberto Grazia

Minatori della miniera di Perticara raccontati da Gilberto Grazia

Nelle poesie di Gilberto Grazia, la miniera di Perticara non viene raccontata attraverso una cronologia, una descrizione tecnica o una successione di dati. Riemerge invece attraverso ciò che ha lasciato nella memoria: l’odore dello zolfo, il sudore, gli scarponi, i lumi nel buio, il fumo dei calcaroni e il suono improvviso di una sirena.

Sono immagini brevi, concrete e spesso legate a persone realmente vissute. La miniera non costituisce soltanto lo scenario del lavoro, ma entra nella storia delle famiglie, nell’identità del paese e nei ricordi di chi ha visto partire ogni giorno uomini destinati a scendere nel sottosuolo.

Nella raccolta E’ paés di minadór , Gilberto Grazia trasforma questa eredità in poesia. Non cerca di ricostruire tutto ciò che è accaduto, ma raccoglie oggetti, odori, voci e frammenti capaci di restituire la dimensione umana della comunità mineraria di Perticara.

La miniera di Perticara ricordata attraverso i sensi

Uno degli aspetti più riconoscibili delle poesie dedicate alla miniera è la presenza delle sensazioni. Il ricordo non nasce necessariamente da un avvenimento raccontato per intero. Può affiorare da un odore, dalla luce di una lampada, dal rumore di un segnale o dalla vista di un oggetto appartenuto a un minatore.

Lo zolfo possiede soprattutto una forza olfattiva. Il suo odore rimane legato ai corpi, agli abiti e agli scarponi, diventando una traccia capace di riportare alla mente persone scomparse e momenti dell’infanzia.

Anche la luce assume un significato particolare. I lumi dei minatori non eliminano il buio, ma lo attraversano. Nelle poesie appaiono come presenze fragili, sufficienti però a rendere visibili uomini, luoghi e ricordi che rischierebbero di essere inghiottiti dall’oscurità.

Il suono, infine, può modificare improvvisamente il significato del paesaggio. Una sirena non è soltanto un rumore proveniente dall’area mineraria: per le famiglie può diventare un segnale di pericolo, una domanda senza risposta e l’inizio di un’attesa.

Manèsk: l’odore dello zolfo e la memoria del padre

Il motivo minerario compare già nella prima parte della raccolta, dedicata alle radici familiari. In Manèsk, una poesia estremamente breve, il ricordo del padre nasce da alcune impressioni rimaste nella memoria dell’autore.

Il titolo riprende il soprannome con il quale erano conosciuti i minatori Domenico Grazia e i fratelli Alessandro e Sante. Il soprannome porta immediatamente il testo all’interno della vita familiare e di paese, dove i nomi pronunciati ogni giorno potevano diventare più riconoscibili di quelli anagrafici.

Grazia non descrive il volto del padre, il percorso verso la miniera o un turno di lavoro. Fa emergere una presenza attraverso poche tracce fisiche. La memoria non ha bisogno di una lunga narrazione: ciò che è rimasto nell’aria e sugli oggetti è sufficiente a riaprire il passato.

Proprio questa concentrazione rende il componimento difficile da separare dalle parole originali. Spiegarlo completamente o tradurlo verso per verso significherebbe perdere il ritmo, il dialetto e l’immediatezza con cui il ricordo ritorna.

Il padre minatore nelle radici familiari

La figura paterna attraversa più componimenti del libro. La miniera rappresenta una parte decisiva della sua esperienza, ma non esaurisce il ritratto costruito dal figlio.

In A mia madre a mio padre, il lavoro nel sottosuolo entra in una storia familiare segnata dalla povertà, dalla guerra, dalle partenze e dal ritorno. Il padre scende in miniera ancora molto giovane e vi lavora per una parte considerevole della propria vita.

Accanto alla fatica emergono però le sue scelte, il rapporto con gli altri e gli insegnamenti trasmessi ai figli. Il minatore non viene ridotto alla professione: è anche un uomo taciturno, generoso, severo con le ingiustizie e capace di una sensibilità che raramente mostra in pubblico.

La poesia Domenico completa questo ritratto attraverso un momento legato alla musica. Dietro l’apparente durezza si manifesta un’emozione che il padre cerca di nascondere. Miniera e tenerezza non vengono contrapposte, ma convivono nella stessa figura.

La memoria del lavoro minerario diventa così anche memoria morale. Dal padre l’autore non eredita soltanto il ricordo degli scarponi e dello zolfo, ma un modo di rapportarsi ai più deboli, alla parola data e alla dignità delle persone.

Santa Barbara: lumi, calcaroni e sirena

In Santa Barbara, la miniera entra direttamente nel paesaggio intorno a Perticara. Monte Ercole, il Fanante, la Marazzana e i calanchi costruiscono lo spazio nel quale si muovono le luci dei minatori e si diffonde il fumo dei calcaroni.

Non si tratta però di una descrizione panoramica. Ogni elemento prepara l’arrivo di un suono capace di cambiare il senso della notte: la sirena.

Le mogli e le madri non sanno ancora che cosa sia accaduto e soprattutto non conoscono il nome della persona coinvolta. La preghiera rivolta a Santa Barbara, protettrice dei minatori celebrata il 4 dicembre, contiene un sentimento individuale e collettivo: il desiderio che non sia il proprio familiare, ma anche che non sia nessuno.

La poesia mostra come il rischio minerario si estendesse oltre il luogo di lavoro. La paura raggiungeva le case, attraversava il paese e coinvolgeva chi rimaneva in superficie ad attendere.

Grazia non racconta un incidente preciso e non fornisce una spiegazione storica della sirena. Ricostruisce invece il momento nel quale un’intera comunità rimane sospesa fra il suono e la notizia che potrebbe seguirlo.

I calcaroni come parte del paesaggio della memoria

I calcaroni ricorrono in più punti della raccolta. Il libro non ne presenta il funzionamento tecnico e non cerca di sostituirsi a una storia dell’attività estrattiva. Nelle poesie diventano soprattutto elementi del paesaggio vissuto.

Il loro fumo, il loro odore e la loro presenza permettono di riconoscere il territorio minerario. Sono luoghi del lavoro, ma possono trasformarsi anche in spazi nei quali riaffiorano vicende dolorose e persone rimaste nella memoria del paese.

In questo modo un elemento dell’archeologia mineraria assume una funzione poetica. Il calcarone non è soltanto ciò che resta di un’attività produttiva: diventa un punto nel quale il paesaggio incontra le vite di chi lo ha attraversato.

Il lettore comprende il peso di questi luoghi senza ricevere una spiegazione completa di ogni riferimento. La poesia conserva una parte di silenzio e lascia che siano i testi del volume a rivelare gradualmente le storie associate ai nomi e agli ambienti.

La miniera come esperienza di tutta la comunità

Le poesie di Grazia non costruiscono un’immagine eroica e uniforme del minatore. Ogni persona mantiene una propria identità, una storia familiare, convinzioni, passioni e fragilità.

Accanto a chi lavorava nel sottosuolo compaiono coloro che condividevano indirettamente quella condizione. Le madri e le mogli attendono; i figli conservano odori e parole; il paese riconosce persone e famiglie attraverso soprannomi tramandati nel tempo.

La miniera entra anche nella musica, nella politica, nelle relazioni sociali e nelle partenze. Non rimane confinata all’orario di lavoro: condiziona la vita della comunità e partecipa alla formazione della sua identità.

Per questa ragione, nei componimenti non esiste una separazione netta fra memoria privata e memoria collettiva. Il ricordo del padre appartiene all’autore, ma può rappresentare anche l’esperienza di molte famiglie di Perticara.

Dalla miniera di Perticara alle miniere dell’Istria

Il motivo minerario supera progressivamente i confini del paese. Il lavoro, la guerra e gli spostamenti conducono alcune delle persone ricordate nelle poesie verso l’Istria e altri territori estrattivi.

In I minadór bà e fiól, Perticara e l’Istria vengono avvicinate all’interno di un ritratto familiare e politico. La poesia mette in relazione attività minerarie differenti, ma soprattutto segue il percorso di una persona attraverso guerra, lavoro e ritorno.

Anche la vicenda evocata in Marisa porta verso un villaggio minerario istriano. Gli scarponi, i volti anneriti dal sottosuolo e la piccola luce di un lume a carburo diventano tracce di un’infanzia segnata dalla miniera e successivamente dall’esodo.

Il ritorno nei luoghi del passato non cancella ciò che è accaduto, ma permette alla memoria a lungo trattenuta di trovare finalmente una voce.

Questi testi non compongono una ricostruzione generale delle vicende istriane. Mantengono il punto di vista delle persone e mostrano come la miniera possa collegare territori lontani attraverso esperienze familiari, partenze e perdite.

Da Sapigno a Marcinelle: il sottosuolo dell’emigrazione

In Sapigno-Marcinelle viaggio di sola andata, il motivo della discesa in miniera raggiunge il Belgio. Il componimento unisce luoghi dell’Appennino, ricordi della guerra e lavoro nelle miniere di carbone.

La discesa nel pozzo viene rappresentata come un passaggio verso una profondità minacciosa. Non è soltanto un movimento fisico: richiama paure precedenti, persone lontane e immagini che si sovrappongono nella coscienza di chi scende.

Il testo è dedicato ad Antonio Molari, morto nella tragedia mineraria di Marcinelle, e ai fratelli Vittorio e Ludovico, impegnati nelle miniere belghe. La nota permette di riconoscere il fondamento storico e familiare del componimento, ma la poesia non si trasforma in una cronaca del disastro.

Marcinelle viene ricondotta a nomi, legami e paesi di provenienza. La grande tragedia del lavoro minerario europeo entra così nella raccolta attraverso una prospettiva personale, collegata a Sapigno, Sarsina e alle memorie della guerra.

La miniera di Perticara rappresenta quindi il punto di origine di una memoria che raggiunge altri giacimenti e altri Paesi. Cambiano i luoghi e il minerale estratto, ma rimangono il rischio, la lontananza e il rapporto con le famiglie lasciate a casa.

Oggetti e immagini al posto della retorica

Gilberto Grazia affida spesso la memoria mineraria a oggetti semplici: scarponi, vagoni, lumi, strumenti di lavoro e abiti. Sono presenze concrete che evitano al testo di trasformarsi in una celebrazione astratta.

La fatica non viene continuamente dichiarata. Emerge dal peso di ciò che deve essere mosso, dalla profondità del sottosuolo, dall’attesa in superficie e dalle tracce portate a casa dopo il lavoro.

Anche il dolore viene trattenuto. Le poesie procedono attraverso versi brevi e immagini rapide, senza soffermarsi in lunghe spiegazioni sentimentali. Questa essenzialità lascia al lettore lo spazio necessario per percepire ciò che rimane non detto.

La scrittura assume così la forma di un disegno tracciato con pochi segni. Un odore o una luce possono contenere una vita intera, senza che il poeta debba raccontarne ogni passaggio.

Poesia e storia della miniera: due percorsi differenti

E’ paés di minadór non è una storia tecnica della miniera di Perticara e non intende sostituire archivi, musei, documenti o studi dedicati all’attività estrattiva.

Il libro offre una forma diversa di conoscenza. Mostra che cosa resta della miniera nella memoria di un figlio, nelle paure delle famiglie, nel dialetto, nei soprannomi e nei luoghi attraversati dagli abitanti del paese.

Per una lettura più ampia del rapporto fra Perticara, comunità mineraria e alta Valmarecchia è possibile consultare l’approfondimento Perticara, paese di minatori: poesia, dialetto e memoria dell’alta Valmarecchia .

Il ruolo specifico della lingua e dell’oralità è invece analizzato nell’articolo Il dialetto dei minatori di Perticara nelle poesie di Gilberto Grazia .

Questo articolo rimane volutamente concentrato sulle immagini minerarie: zolfo, scarponi, lumi, calcaroni, pozzi e sirene.

Leggere le poesie sulla miniera di Perticara

I componimenti citati non sono stati trascritti né spiegati integralmente. Il loro significato dipende anche dal ritmo, dalle parole dialettali, dalle pause e dalle conclusioni scelte dall’autore.

La lettura completa permette di incontrare direttamente le voci dei minatori, le figure familiari e le persone del paese, senza separarle dalla forma poetica attraverso la quale Gilberto Grazia ha deciso di ricordarle.

Scopri E’ paés di minadór di Gilberto Grazia , con prefazione di Sabrina Foschini.

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